sabato 14 giugno 2014

5) Engels sulla polarità infinito-finito

Engels affronta il rapporto infinito-finito osservando " 'Noi possiamo conoscere solo il finito ecc. [affermazione di Nageli]'. Questo è del tutto giusto, nel senso limitato che soltanto oggetti finiti cadono nel dominio della nostra conoscenza. Ma la proposizione ha la necessità anche del completamento: Noi possiamo in definitiva conoscere solo l'infinito." Ma a quale infinito fa riferimento? "Di fatto ogni conoscere effettivo, esauriente consiste soltanto in ciò: che noi con il pensiero eleviamo il singolo dalla singolarità alla particolarità e da quest'ultima alla generalità, che noi ritroviamo e stabiliamo l'infinito nel finito, l'eterno nel caduco. La forma della generalità è però forma chiusa in sé, con ciò infinita; essa è la sintesi di molti finiti nell'infinito".

E' questo ancora il determinismo riduzionistico che crede di poter trovare leggi a partire dalla singolarità per arrivare alla generalità attraverso la particolarità. E' dunque ragionando ancora da determinista riduzionista che Engels può concludere: "Ogni vera conoscenza naturale è conoscenza dell'eterno, dell'infinito, e perciò, nella sua essensa, assoluta". Occorre, invece, rovesciare i suddetti assunti riduzionistici: la generalità della legge naturale è sintesi dell'infinito nel finito, nella forma del rovesciamento degli infiniti casi singolari nelle necessità finite dei loro complessi o forme materiali. La conoscenza reale è conoscenza di complessi finiti, in cui si rovesciano gli infiniti singoli, casuali, elementi costituenti.

Dopo aver considerato l'oggetto della conoscenza, Engels prende in considerazione il soggetto della conoscenza: "Come l'infinità della sostanza conoscibile si compone soltanto di elementi finiti, così anche l'nfinità del pensiero che conosce in modo assoluto si compone di un numero infinito di cervelli, finiti, che lavorano a questa conoscenza infinita,...". Ma, anche qui, la soluzione reale viene fuori solo se rovesciamo gli assunti di Engels: sono i complessi finiti il vero oggetto della conoscenza, sono loro che si "compongono" di elementi singoli infiniti: la necessità dei primi rappresenta il rovesciamento dialettico dei secondi. E lo stesso vale per la conoscenza finita del pensiero umano che è costituita da infiniti cervelli singoli, il cui contributo è casuale. Ed è questa casualità che è infinita.

Una conferma, seppur indiretta, della nostra tesi ci viene dal seguito della frase di Engels: [gli infiniti cervelli umani], "parallelamente e successivamente, sparano spropositi pratici e teorici, partono da premesse storte, unilaterali, false, seguono cammini falsi, incerti, e spesso non colgono la verità neppure quando ci battono contro il naso (Priestley)". Insomma, gli infiniti cervelli sono soggetti al caso e, di conseguenza, producono per lo più falsa conoscenza. E' soltanto la rarità statistica, risultante dai grandi numeri di singoli cervelli, che viene in soccorso alla conoscenza umana: in un mare di baggianate qualcuno riesce a cogliere il frutto della conoscenza. Per questo motivo non si può essere d'accordo con la seguente conclusione: "La conoscenza dell'infinito è circondata da una duplice trincea di difficoltà, e può compiersi, per sua natura, solo in un progresso asintotico infinito".

Anche qui occore rovesciare: se per Engels la "duplice trincea di difficoltà" è costitita 1) dall'infinità della conoscenza che è composta di infiniti elementi finiti e 2) dall'infinità del pensiero che conosce, che è composto di infiniti cervelli umani finiti, la soluzione reale, invece, è la seguente: I) i complessi finiti (le forme materiali da conoscere secondo necessità) sono costituiti da infiniti singoli elementi casuali, II) il pensiero, che conosce secondo necessità, è costituito da infiniti singoli cervelli umani le cui singole conoscenze sono soggette al caso.

E allora, allo stesso modo in cui le forme materiali saltano fuori come eccezioni statistiche di un grande dispendio di energia a materia, anche la conoscenza delle forme materiali salta fuori come eccezione statistica di un grande spreco di baggianate. Non può quindi esistere un progresso all'infinito della conoscenza, mentre possono ben esistere progressi (e regressi) finiti, generazionali. L'uomo può conoscere madre natura, ma solo nella forma di eccezioni geniali che sorgono ora qui ora là, e si affermano prima o poi, anche se non con assoluta necessità. Non bisogna, infatti, dimenticare che la specie umana è finita: la sua esistenza ha un termine (anche se non predeterminabile). Ne consegue che anche la conoscenza umana è finita, e perciò non può progredire all'infinito, mentre può, volta per volta e alternativamente, sia progredire che regredire.

Insomma, l'infinito può essere qui scomodato soltanto per stabilire, come giustamente ha fatto Engels, che il sorgere di una specie vivente dotata di coscienza si può ripetere nel tempo  e nello spazio della materia infinita ed eterna. Ma, occorre, anche qui, aggiungere: se questo pianeta ha raggiunto un determinato grado di coscienza grazie a una specie vivente dotata di cervello adatto, altri pianeti altrove, in epoche diverse avranno raggiunto e in futuro raggiungeranno diversi gradi di coscienza con quella necessità fondata sul caso che produce rarissime eccezioni statistiche.

Per quanto riguarda la scienza umana, Engels stabilisce, comunque, un oggettivo confine: "Il confine estremo dell nostra scienza è finora il nostro universo, e non abbiamo bisogno, per conoscere la natura, degli infiniti universi al di là di esso. Anzi, un solo Sole, fra i milioni di esistenti, con il suo sistema, costituisce il terreno essenziale delle nostre indagini astronomiche. Siamo più o meno costretti nei limiti della piccola Terra per quel che riguarda la scienza organica. Eppure ciò non porta nessun pregiudizio essenziale alla varietà praticamente infinita dei fenomeni e della conoscenza naturale, proprio come non lo porta, nel caso della storia, l'uguale, anzi ancor maggiore, limitazione a un tempo relativamente breve e a una piccola parte della Terra".

La varietà praticamente infinita dei fenomeni naturali e storici riguarda quel che abbiamo chiamato infinito "relativo"; ma questa forma di infinito presenta problemi difficili da risolvere più alla concezione deterministica-riduzionistica che alla concezione dialettica caso-necessità, perché nella prima è "pretesa" l'impossibile conoscenza di ogni singolo elemento, mentre nella seconda ci si "accontenta" della conoscenza dei complessi, che sono sì molteplici e divisi in molte discipline, ma assai più ristretti ed economici, ancorché più necessari e fondamentali per la reale conoscenza.

Engels prosegue sottilineando tre punti, due dei quali sono interessanti per il nostro discorso. Vediamoli:

"1. Il progresso indefinito è per Hegel il vuoto deserto, perché esso appare soltanto come eterna ripetizione dell'identico: 1+1+1 ecc.
 2. In realtà però non è una ripetizione, ma sviluppo, progresso o regresso, e con ciò diventa forma di movimento necessaria. A prescindere dal fatto che non è infinito: la fine del periodo di vita della terra si può già ora prevedere... Nel sistema hegeliano era escluso qualsiasi sviluppo per la storia della natura del tempo, altrimenti la natura non sarebbe più stata l'altro da sé dello spirito. Ma nella storia umana si riconosce che il progresso indefinito di Hegel è l'unico vero modo di essere dello "spirito";..."

Il punto 1. riassume la "cattiva infinità" di Hegel. Il punto 2. è composto di due parti: la prima, che ammette il progresso non infinito perché giustamente ricorda la fine della vita sulla terra, e, quindi, implicitamente, la fine dell'uomo soggetto della conoscenza; la seconda, invece, ribadisce il progresso indefinito di Hegel, che sarebbe confermato dalla storia umana.

Ma se guardiamo alla storia umana più recente, la sua scienza non conferma un progresso all'infinito; anzi, le cose vanno così male che invece di una reale conoscenza vediamo una falsa conoscenza, la quale si avvale di modelli fittizi e convenzionali; e se durerà così, il nostro pianeta finirà nel novero dei pianeti che, nell'universo, ora qui ora là, ora in passato ora in futuro, non sono riusciti o non riusciranno a produrre una reale conoscenza: anzi, se continua così, la specie umana del pianeta terra potrà fregiarsi del titolo di specie realmente incosciente.

Per terminare questo secondo approfondimento di Engels, non ci resta che citare lo scritto "Sui prototipi dell'infinito matematico nel modo reale" che Engels concepì come aggiunta all'AntiDhuring. E' ovviamente uno scritto successivo, d'impostazione meno deterministica e più problematica. Qui il punto di partenza è l'"unità di pensiero ed essere", per sostenere "l'analogia dei processi del pensiero con quelli della natura e della storia e viceversa, e la validità di leggi uguali per tutti questi processi, malgrado le innumerevoli costruzioni arbitrarie e le fantasticherie, che in essa incontriamo, malgrado la forma idealistica, poggiata sulla testa, del risultato".

Ma l'unità del pensiero con l'essere, ovvero l'unità delle teorie elaborate dal pensiero con la realtà naturale non è mai stata garantita; ha sempre sofferto troppo di questi "malgrado". Così le "innumerevoli costruzioni arbitrarie e le fantasticherie" hanno sommerso da tempo la conoscenza umana producendo una completa separazione del pensiero dall'essere. Certo, Engels rifletteva l'ottimismo dell'Ottocento, mentre chi scrive riflette il pessimismo del Novecento, secolo che si è allontanato parecchio dalla via maestra della reale conoscenza compromettendo anche l'inizio del secolo e del millennio successivi.

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