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mercoledì 5 dicembre 2018

L'aurea mediocrità di Aristotele e le manifestazioni della debolezza umana di fronte all'improvviso caso imprevedibile

E' nota la via di mezzo aristotelica tra due estremi, ad esempio: tra viltà e temerarietà c'è il coraggio, tra avarizia e  prodigalità c'è la liberalità, tra ignavia e bramosia c'è l'ambizione, tra umiltà e orgoglio c'è la modestia, ecc. Ma, spesso, il risultato è il passaggio da un estremo all'altro, perché, come dice Aristotele: "Chi è cosciente di trovarsi a un estremo chiamerà virtù, non la posizione media, ma l'estremo opposto". Ed è per questa ragione che, spesso, il coraggioso può essere considerato un temerario dal codardo e un codardo dal temerario.

Aristotele fornisce una lunga descrizione, quasi un catalogo dell'uomo del "giusto mezzo". Per il nostro scopo possiamo limitarci alle seguenti conclusioni: "Egli è il migliore amico di se stesso ed ha il piacere di star solo, mentre la persona priva di virtù o di capacità è il peggior nemico di se stesso e teme la solitudine". In questa conclusione troviamo, infatti, un elemento fondamentale che ci aiuterà a capire e risolvere l'intera questione: si tratta del termine "capacità".

Riprendiamo come esempio i due estremi: viltà e temerarietà, il cui giusto mezzo si dovrebbe  manifestare come coraggio. Può anche accadere, però, che gli estremi si rovescino l'uno nell'altro: così il vile si fa temerario (magari solo per dimostrare a se stesso di poter dominare la paura), e, viceversa, il temerario diventa vile (magari dopo qualche esperienza molto paurosa finita male). Ora, su che cosa possiamo fare affidamento per sottrarre i due estremi al caso della diversa costituzione psicosomatica o al caso dei diversi accidenti della vita?

giovedì 8 novembre 2018

Osservazioni su "Il cervello anarchico" di Enzo Soresi

Nella Presentazione di Umbero Galimberti si può leggere: "Lo studio delle relazioni mente-corpo alla luce della scienza definita psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) e l'uso dei nuovi farmaci intelligenti, che mimano le comunicazioni esistenti nel nostro organismo quali le interleuchine, gli interferoni, gli anticorpi momoclonali e altro, mi hanno permesso di interpretare meglio una serie di casi clinici singolari affrontati nella mia professione."

Soresi ha scoperto che ogni malato è un caso a parte, per cui parla di casi clinici singolari. Da ciò nasce l'idea del cervello anarchico in seguito alla circostanza che ogni individuo, nella malattia, ha un comportamento e anche sintomi che lo distinguono da ogni altro. Insomma, ogni paziente anche della medesima malattia è un "caso a parte" (parole mie). Si tratta per Soresi di una serie di casi clinici singolari affrontati nella sua professione.

domenica 27 maggio 2018

Puoi fidarti del tuo cervello riguardo alla memoria?

Alcune considerazioni tratte da "IL TUO CERVELLO Istruzioni per l'uso e la manutenzione" (2008) di Sandra Aamodt e Sam Wang: "Il tuo  cervello ti dice un sacco di bugie". Come sembrerebbe confermare l'inaffidabilità dei testimoni (e gli avvocati ne approfittano). Il lato destro del cervello vuole solo i fatti, il sinistro, invece, interpreta... Poiché gli autori, fin dall'inizio, sembrano procedere più per stupire che per chiarire, eviteremo questa prima parte per concentrarci su un argomento che interessa personalmente anche l'autore del blog: si tratta dell'invecchiamento del cervello e del calo della memoria.

 "Cominciamo dalle cattive notizie: anche lasciando da parte le malattie dell'età avanzata, come la demenza, con ogni probabilità invecchiando le prestazioni del cervello peggiorano. I problemi sono grosso modo di due tipi. Quello che tutti conoscono riguarda la memoria: può diventare più difficile di prima ricordarsi dove si sono messe le chiavi della macchina. E' una facoltà che in media comincia a deteriorarsi tra i trenta e i quaranta anni e invecchiando continua a declinare. L'orientamento spaziale si basa su una parte del cervello interessata alla memoria, l'ippocampo, e in molti animali, compreso l'uomo, diminuisce con l'età".

"L'altro ordine di problemi su un dato compito nonostante le distrazioni è quello che gli studiosi chiamano "funzione esecutiva", ovvero l'insieme di abilità che consente di scegliere il comportamento adeguato a una situazione, di inibire un comportamento inopportuno e di concentrarsi su un dato compito nonostante le distrazioni. I problemi della funzione esecutiva cominciano più tardi, per la maggior parte delle persone dopo i settant'anni, e includono il deterioramento di funzioni fondamentali come la velocità di elaborazione, la velocità di reazione e la memoria operativa, cioè quella memoria che ci consente di ricordare i numeri di telefono per il tempo necessario a digitarli".

martedì 4 aprile 2017

Per Boncinelli tutto è meccanismo

da "Le Scienze" Marzo 2011
                               
"Spazio, tempo e numero nella mente -uno studio fa il punto sulla ricerca che riprende le teorie di Immanuel Kant"

"Oggi le conoscenze scientifiche sono arrivate a un punto tale che ci possiamo permettere di porre sul tappeto per la prima volta (!) questioni filosofiche fondamentali e tentare di dare loro un'impostazione scientifica, se non direttamente sperimentale. Vita, libertà, memoria, coscienza sono parole antiche che di recente hanno acquistato nuovi significati, mentre dal canto loro le neuroscienze permettono di porci i problemi della sensazione e della percezione inquadrandoli in una nuova cornice di riferimento. In quest'ottica, l'impostazione che il grande filosofo Immanuel Kant ha dato del problema generale della conoscenza sta diventando una specie di programma di lavoro per molte ricerche nel campo delle neuroscienze, che cercano tra le altre cose di dare una veste concreta alle sue "forme pure a priori"."

Dopo questa sorprendente presa di posizione a favore della metafisica kantiana, Boncinelli prosegue: "Tra queste un posto a parte lo meritano quelle di spazio e di tempo, che Kant appunto propose come prerequisito essenziale per ogni nostro atto conoscitivo che definì forme pure a priori dell'intuizione, le quali dunque sussisterebbero prima di ogni esperienza e ne rappresenterebbero il fondamento. Un'intuizione questa sua che appare corroborata in pieno dalle recenti ricerche nel campo delle neuroscienze, che promettono anche di aggiungere sempre maggiori dettagli al quadro appena delineato".

domenica 2 aprile 2017

Boncinelli, un amico del riduzionismo

"L'optogenetica e la memoria" 


Prendendo in considerazione un esperimento (che una volta si sarebbe chiamato di riflesso condizionato) su un moscerino -le cui cellule nervose sono ovviamente molto meno numerose, e i cui rapporti reciproci sono assai meno complessi di quelli dell'uomo- Boncinelli vorrebbe confermare il riduzionismo con un nuovo metodo di indagine neurologica sull'uomo. *

Si tratta della optogenetica, "un'altra parola nata nel mondo della ricerca scientifica". "Si tratta di una tecnica grazie a cui con un opportuno raggio di luce -un fascio laser ovviamente- si possono modificare cellule nervose specifiche in modo che portino o non portino, per esempio un dato ricordo". In pratica, prima i ricercatori condizionano un moscerino della frutta, la drosophila, ad aver paura di un dato odore con una contemporanea scossa elettrica, poi riescono a decondizionare il riflesso.

venerdì 31 marzo 2017

Steven Rose: l'antiriduzionista dimenticato e il paradosso della dimenticanza

Inizierò con un duplice paradosso della dimenticanza: anche gli studiosi col passare degli anni perdono la memoria, ma il fatto che vengano dimenticati è un'altra cosa. Ho ripreso in mano i miei appunti estratti da un libro fondamentale di Steven Rose, poi ho cercato su Wikipedia potendo appurare che la sua biografia consiste in una striminzita paginetta. E così ho potuto  riflettere sul fatto che se uno scienziato della natura, invecchiando, si rende conto di perdere parzialmente la memoria, in quanto è avversario del riduzionismo che domina nelle scienze naturali, rischia, invece, d'essere completamente dimenticato.

Il libro di Rose, "Il cervello del XXI secolo. Spiegare, curare e manipolare la mente", è uscito nel 2005 e riguarda principalmente questioni di apprendimento e memoria, in relazione alle quali il suo autore esprime palesemente un profondo pessimismo sulle possibilità scientifiche della neurologia. Tutto il libro è una denuncia in questo senso. Come egli scrive: "Lo scopo di questo libro non è affatto quello di offrire qualche nuova radicale "teoria della coscienza". Quello che in realtà cercherò di spiegare è la ragione per cui sono convinto che come neuroscienziato non abbia nulla di molto utile da dire circa quella particolare Grande C [coscienza] e perché di conseguenza, come affermò Wittgenstein molti anni or sono, faremmo meglio a stare in silenzio".

Accompagnato da questo pessimismo, Rose continua: "La grande espansione delle neuroscienze ha prodotto una quasi inimmaginabile mole di dati, fatti, risultati sperimentali, a tutti i livelli da quello submolecolare a quello del cervello nel suo complesso". "Ma come riunire questa massa in una teoria coerente del cervello?" "Il cervello, infatti, è pieno di paradossi", manca una "Grande Teoria Unificata". Gli studi sperimentali vanno su diversi livelli, dalla biologia molecolare specifica delle cellule-neuroni alla ricerca nel campo del brain imaging, ecc. Ma, "superato il Decennio del Cervello e a metà del supposto Decennio della Mente, siamo ancora ricchi di dati e poveri di teorie".

sabato 18 gennaio 2014

Il giusto mezzo di Aristotele e la debolezza umana di fronte all'improvviso caso imprevedibile

E' noto il giusto mezzo aristotelico tra due estremi. Ad esempio: tra viltà e temerarietà c'è il coraggio, tra avarizia e prodigalità c'è la liberalità, tra ignavia e bramosia c'è l'ambizione, tra umiltà e orgoglio c'è la modestia, ecc. ecc. E il risultato di una autocorrezione è spesso il passaggio da un estremo all'altro, perché, come dice Aristotele: "Chi è cosciente di trovarsi a un estremo chiamerà virtù, non la posizione media, ma l'estremo opposto". E' per questa ragione che spesso il coraggioso può essere considerato un temerario dal codardo e un codardo dal temerario.

Aristotele fornisce una lunga descrizione, quasi un catalogo dell'uomo del "giusto mezzo". Ma per il nostro scopo possiamo limitarci alla seguente conclusione: "Egli è il migliore amico di se stesso ed ha il piacere di stare solo, mentre la persona priva di virtù o di capacità è il peggior nemico di se stesso e teme la solitudine". Qui troviamo, infatti, un elemento fondamentale che ci aiuterà a capire e risolvere l'intera questione: si tratta del termine "capacità".

mercoledì 15 gennaio 2014

Boncinelli cita il sommo poeta per ribadire il riduzionismo

Già nel titolo "Prove tecniche di trasmissione", Boncinelli manifesta una impostazione meccanicistica. Poi, prendendo in considerazione l'inizio della formazione degli occhi e della vista nell'uomo, osserva: "Gli occhi sono ancora incompleti, e comunque rigorosamente chiusi. Quindi non potrebbero inviare nessun segnale di tipo visivo: ma lo fanno inviando pseudosegnali visivi di natura elettrica ai corrispondenti centri cerebrali".

Insomma, all'origine della vista ci deve essere una preparazione che per Boncinelli avrebbe una doppia finalità meccanicistica: metaforicamente si tratterebbe di "una sorta di proiezione cinematografica interna in attesa del vero e proprio spettacolo della vita, che non potrebbe aver luogo se non fosse stato preceduto a tempo debito dalla proiezione precoce".

La scoperta della cieca necessità complessiva in esperimenti neurologici

Nel febbraio 2007 usciva su "Le Scienze" un interessante articolo su esperimenti neurologici che confermano le tesi di questo blog, e cioè che i risultati necessari in natura sono conseguenza di complessi di numerosi elementi casuali. Si tratta dell'articolo di Miguel A.L. Nicolelis e Sidarta Ribeiro dal titolo "Decifrare il linguaggio del cervello". Gli autori hanno eseguito esperimenti neurologici su Esche, un topo: in particolare sulla sensibilità delle vibrisse. Ma prima citano esperimenti degli anni Novanta dove si scoprì l'esistenza di aggregati di migliaia di neuroni chiamati poi barili.

Partendo da quei risultati gli autori, anzi uno di loro, Nicoleis, "decise di applicare un nuovo metodo per ascoltare l'attività elettrica simultanea di numerosi neuroni". Per farla breve, arrivarono al risultato che "fu insieme chiaro e scioccante: singole deflessioni delle vibrisse in animali svegli innescavano complesse onde di attività elettrica, che attraversavano molteplici aggregati a barile in ciascuna struttura del sistema trigeminale (...).

mercoledì 25 dicembre 2013

L'intelligenza umana da applicare alle macchine? Non montiamoci troppo la testa!

Il determinismo meccanicistico e riduzionistico, mai pago dei propri insuccessi nelle scienze biologiche, dopo la delusione del fallimento della genomica si è lanciato senza freni sulla connettomica: la nuova moda della neurologia sperimentale. Basta leggere il titolo di copertina del numero di Le Scienze di dicembre 2013: "Il linguaggio del cervello" (e il sottotitolo: "Come elabora e trasmette l'informazione la macchina più complessa del mondo"), per avere un quadro eccellente delle indomite illusioni delle scienze biologiche sottomesse alla metafora meccanicistica informatica.  
Nell'articolo, scritto a due mani, da Terrence Sejnowski e Tobi Delbruck, il cervello umano appare subito un raffinato sistema di comunicazione, mediante la conoscenza del quale ottenere macchine intelligenti. Ci possiamo, allora, stupire se escono film futuristici nei quali le macchine "chiacchierano" alla pari con gli umani su molti argomenti complessi, intendendosi molto bene, soprattutto, in faccende di truculenta violenza militare?

"CONNETTOMA" (2012) di Sebastian Seung -Seconda parte

(Continuazione) Prendiamo in considerazione il seguente brano con il quale l'autore, Seung, involontariamente ma sostanzialmente, ridicolizza lo stato attuale della scienza neurologica, allo scopo di offrire una nuova soluzione legata al connettoma: la connettopatia: "In sintesi, gli esperti credono che l'autismo e la schizofrenia siano causati (!) da una neuropatologia, causata (!) a sua volta dallo sviluppo anormale del cervello, causato (!) a sua volta da una combinazione di influssi (sic!) genetici e ambientali anormali. I neuroscienziati stanno muovendo i primi passi verso la scoperta dei geni che potrebbero aiutarli a stringere il cerchio sui processi dello sviluppo, e ciò sembra incoraggiante; ma ammetto con disagio che la domanda più importante è ancora senza risposta: cos'è la neuropatologia? E, visto che mancano i dati, le teorie fioccano".

Come si può osservare, sottolineate dai miei punti esclamativi, per la scienza neurologica le teorie dovrebbero riguardare le cause: dovrebbero essere tutte teorie deterministiche che pretendono scovare rapporti di causa-effetto. E ancora, la stranezza, sottolineata dall'autore, è che si producono teorie deterministiche per sopperire alla mancanza di dati, ossia proprio quando mancano i dati sperimentali! Ed egli, a sua volta, notando che fioccano le teorie in mancanza di dati, si concentra -sono le sue parole- "solo su quella che a mio parere è la più sensata, l'autismo e la schizofrenia sono connettopatie".

"CONNETTOMA" (2012) di Sebastian Seung -Prima parte

Vale la pena di dedicare due post all'autore di "CONNETTOMA", che affronta il tema dell'apprendimento e il tema della memoria. Riguardo al primo, egli osserva "come l'ispessimento della corteccia, così l'aumento del numero di sinapsi è correlato con l'apprendimento, ma la relazione di causa ed effetto non è chiara". La realtà è, infatti, che il determinismo fallisce in neurologia perché, alla prova dei fatti sperimentali, si può solo osservare che si tratta di aumento di singoli, numerosi eventi, i quali si rovesciano dialetticamente nella cieca necessità complessiva, come l'apprendimento, maggiore o minore, di nuove conoscenze e la loro memorizzazione.

L'autore parla di due processi di archiviazione dei ricordi: "Per trovare la soluzione al problema della memoria dobbiamo scoprire se sono coinvolte la ripesatura e la riconnessione e, in caso affermativo, in che modo. In precedenza ho spiegato la teoria secondo cui le associazioni e le catene sinaptiche sono i pattern di connessione relativi alla memoria. Ora farò un passo ulteriore, avanzerò la tesi che i pattern siano creati dalla ripesatura e dalla riconnessione, e affronterò le molte domande conseguenti. Per esempio, i due processi sono indipendenti o funzionano insieme? E per quale ragione il cervello dovrebbe usare entrambi, e non uno solo? E poi, possiamo spiegare alcuni limiti della memoria come deficit di questi due processi di archiviazione?"

L'indeterminismo dei coniugi Rose e la trascurata dialettica caso-necessità

I coniugi Hilary e Steven Rose hanno scritto a due mani il libro "GENI, CELLULE e CERVELLO" (pubblicato nel 2012), nel quale, per evitare la dialettica caso-necessità, contrappongono al determinismo riduzionistico la soluzione indeterministica, soluzione che  attribuiscono persino a Marx e Darwin: "Entrambi questi giganti delle teorie sociali e biologiche del diciannovesimo secolo erano radicalmente indeterministi (fatte salve la stranezza dell'idea degli stadi del progresso storico di Marx e alcune delle speranze progressistiche di Darwin). Noi condividiamo questo indeterminismo: gli uomini possono costruirsi la propria storia, ma la fanno in circostanze che comprendono sia la loro esistenza sociale corporea sia la loro esistenza biologica incorporata nella società".

Nel precedente libro, come abbiamo visto, Steven Rose aveva attribuito alla società e alla tecnica la capacità di plasmare ogni uomo. Nel contempo, egli aveva lasciato irrisolta la vecchia contrapposizione tra il determinismo democriteo e l'indeterminismo epicureo. Ma, in questo libro, assieme alla moglie Hilary, egli sceglie (a torto) l'indeterminismo di Epicuro, per poter respingere (a ragione) il determinismo riduzionistico  di Democrito. La scelta non deve stupire: l'indeterminismo è un prodotto degli anni Sessanta che ha plasmato la "contestazione" e, con essa, i coniugi Rose.

martedì 24 dicembre 2013

Steven Rose sui singoli individui plasmati da cultura, società e tecnologia

Steven Rose, "Il cervello del XXI secolo" (2005), compie la seguente osservazione conclusiva: "Nel corso di questi sette capitoli ho argomentato che possiamo comprendere il presente solo nel contesto del passato. La storia evolutiva spiega come siamo arrivati ad avere i cervelli che possediamo oggi. La storia di sviluppo spiega come emergono le persone individuali; la storia sociale e culturale fornisce il contesto che vincola e modella quello sviluppo; una storia di vita individuale plasmata dalla cultura, dalla società e dalla tecnologia si conclude con l'invecchiamento e alla fine con la morte".

Siamo nell'anno 2005, e ancora al primo posto continuano ad essere collocati i singoli individui culturalmente, socialmente e tecnologicamente plasmati. Come abbiamo già visto e vedremo ancora, altre questioni si porranno dopo il primo decennio del 2000, in parte suscitate dagli studi e riflessioni di un autodidatta (che nessuno peraltro nomina: non sia mai che i professionisti della scienza si lascino perturbare da un autodidatta!).

lunedì 23 dicembre 2013

Il concetto di emergenza in neurologia

Anche Gazzaniga, in "CHI COMANDA?" (2011), sottolinea il concetto di "emergenza" "come fenomeno comune accettato in fisica, biologia, chimica, sociologia, e persino nell'arte". "Tuttavia -egli aggiunge- l'idea di emergenza viene rigettata da molti neuroscienziati i quali siedono seriosi in disparte e continuano ancora a scuotere la testa. Stavano festeggiando il fatto di aver finalmente rimosso l'omuncolo dal cervello, sconfitto il dualismo, scacciato tutti i fantasmi dalla macchina (!): erano certi che dentro non fosse rimasto nulla. Temono, però, che inserire l'emergenza nella equazione possa implicare che il lavoro sia svolto da qualcosa di diverso rispetto a quella macchina deterministica che è il cervello, e che così si permetta al fantasma di rientrarvi".

E' il timore di dover abbandonare la "precisione" della metafora meccanicistica, sostenuta dal pensiero determinista, che fa scuotere la testa di molti scienziati di tutte le discipline di fronte all'idea dell'emergenza e, peggio ancora, di fronte all'idea della dialettica caso-necessità. Ma che il problema di fondo sia quello di evitare l'abbandono della metafora meccanicista lo conferma persino la posizione di Gazzaniga, pur benevolo, contraddittoriamente, nei confronti dell'emergenza.

sabato 21 dicembre 2013

Splendori e miserie della neurologia

Balzac per ben 13 anni (1835-1847) ha elaborato la sua opera principale, il cui titolo "Splendori e miserie delle cortigiane" ha acquistato una fama imperitura. Si può, allora, immaginare la sorpresa dell'autore di questo blog, lettore di molte opere di Balzac, nel leggere il seguente titolo del libro di Semir Zeki, uscito con "le Scienze" nel 2011: "Splendori e miserie del cervello": sottotitolo "L'amore, la creatività e la ricerca della felicità". Se queste sono le qualità del cervello umano, perché Zeki le ha paragonate alle cortigiane di Balzac, che vivevano nel vizio, nella prostituzione, nella delinquenza e nell'ipocrisia?

Nell'introduzione, l'autore svela le motivazioni del titolo balzachiano, ma lo fa con due considerazioni che si contraddicono: prima afferma che il cervello è "una macchina neurologica di complessità immensa",  "uno splendido trionfo evolutivo di ingegneria neurale, che consente al cervello non solo di ricavare conoscenza ma anche di generalizzarla". Poi sostiene che "Tale splendida facoltà implica sovente un prezzo da pagare, l'infelicità (!). Prezzo che, come vedremo, in quanto strettamente connesso alla creatività, può a sua volta tramutarsi in un vantaggio (sic!). Di qui il titolo del libro, che ho tratto dal grande romanzo di Balzac". Capisca chi può!

venerdì 20 dicembre 2013

Conferme parziali sulla critica dialettica alla genomica

Le idee di questo blog sembrano iniziare a girare, anche se parzialmente e non del tutto correttamente. E' ciò che intendiamo mostrare affrontando alcuni libri pubblicati di recente*. Possiamo cominciare dalle considerazioni tratte da "L'ULTIMO MISTERO DELLA EREDITARIETA'" (2011) di Richard C. Francis. L'autore sostiene che "La mente umana sembra essere predisposta verso il preformismo", soprattutto "quando si tratta di spiegare fenomeni complessi come lo sviluppo (o l'evoluzione)". Insomma, ci si richiama al preformismo, e di conseguenza al "creazionismo" e alla "mente di dio", perché tutto appare troppo complicato: questo sostiene Francis. Possiamo aggiungere questa personale riflessione: che la complessità naturale è troppo ostica per il determinismo umano; perciò il determinismo doveva necessariamente essere attribuito a una entità superiore, onnipotente: una divinità, appunto.

Ma rilevante è il fatto che Francis neghi il determinismo genomico come processo reale, per considerarlo semplicemente una metafora. Non è più il genoma che dirige: "L'idea del ruolo direttivo del genoma è piuttosto una interpretazione metaforica di questo processo..." Peccato, però, che, subito dopo, introduca egli stesso un'altra metafora: "la prospettiva del ruolo direttivo della cellula".

domenica 14 aprile 2013

L'incoscienza di Truman (Seconda parte)

(Continuazione) Scrive Rifkin: "Lo psicologo Robert J. Lipton ha definito questa nuova generazione "proteiforme": uomini e donne cresciuti nei common-interest development, la cui salute è gestita dal servizio sanitario, che utilizzano automobili in leasing, acquistano online, si aspettano di ottenere software gratuitamente, ma sono disposti a pagare per servizi aggiuntivi e aggiornamenti. Vivono in un mondo di stimoli sonori che durano sette secondi, sono abituati all'accesso rapido alle informazioni, hanno una soglia di attenzione labile, sono più spontanei che riflessivi. Pensano a se stessi più come a giocatori che a lavoratori e preferiscono essere considerati creativi più che industriosi. Sono cresciuti in un mondo di occupazioni Just-in-time e sono abituati a incarichi temporanei. Anzi, le loro vite, in generale, sono segnate da un grado di mobilità e di precarietà maggiore, sono meno radicate di quelle dei loro genitori. Sono più "terapeutici" che ideologici e pensano più in termini di immagini che di parole: sono meno abili nella composizione di frasi, ma superiori nella elaborazione dei dati elettronici. Sono più emotivi che analitici".

sabato 13 aprile 2013

L'incoscienza di "Truman" (Prima parte)

Indagando la società del Truman show ci imbattiamo in una contraddizione paradossale: mentre ogni individuo parte da se stesso pretendendo di vivere un'esistenza personalizzata -piena di beni materiali e immateriali fatti su misura, dominato da un immediatistico individualismo egogentrico, orientato verso i più diversi stili di vita che lo distinguano dagli altri-, tutti gli individui si trovano accomunati dalla medesima esigenza dello shopping senza limiti, che li trasforma in un unico shopper collettivo, rinchiuso dal marketing spettacolarizzato in un mondo fittizio e immaginario, dal quale nessuno può sfuggire.*

Così, il reale "comunismo dello shopping", funzionale alla sopravvivenza del capitalismo senescente, si concretizza contraddittoriamente nella esistenza di centinaia di milioni di individui che, pur vivendo nella finzione del Truman show, vengono accuditi dal marketing come da una madre che cerca di andare incontro alle diverse esigenze dei propri figli, ognuno differente dall'altro.

venerdì 5 aprile 2013

II] Ancora sulla valutazione dell'azione umana e il ruolo della coscienza

Nel paragrafo precedente* abbiamo definito il criterio scientifico che permette di valutare l'azione umana come azione complessiva nella forma di organizzazione che moltiplica i risultati, a differenza della somma algebrica dei risultati delle azioni dei singoli individui. L'analisi della necessità è dunque possibile per l'organizzazione. Riguardo al singolo individuo la necessità complessiva si rovescia in casualità. A sua volta il caso, relativo alle azioni dei singoli individui, si rovescia nella necessità complessiva. Com'è possibile che l'uomo cosciente non sia in grado di fare altro che ricalcare le orme del solito processo di tipo naturale soggetto alla dialettica caso-necessità?

I singoli individui partono da se stessi, ma nell'ambito della propria specie, divisa in classi, popoli, nazioni, religioni, etnie, ecc. Anche le azioni collettive dipendono da queste divisioni; così anche il concetto di organizzazione è un'astrazione che concretamente si configura in molteplici forme dipendenti dalle divisioni della specie umana: ad esempio le Chiese rappresentano organizzazioni delle più diverse religioni; gli Eserciti sono organizzazioni militari dei più diversi Stati; gli Stati, a loro volta, sono organizzazioni sorte per guidare le più diverse Nazioni, ecc. ecc.
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