E' nota la via di mezzo aristotelica tra due estremi, ad esempio: tra viltà e temerarietà c'è il coraggio, tra avarizia e prodigalità c'è la liberalità, tra ignavia e bramosia c'è l'ambizione, tra umiltà e orgoglio c'è la modestia, ecc. Ma, spesso, il risultato è il passaggio da un estremo all'altro, perché, come dice Aristotele: "Chi è cosciente di trovarsi a un estremo chiamerà virtù, non la posizione media, ma l'estremo opposto". Ed è per questa ragione che, spesso, il coraggioso può essere considerato un temerario dal codardo e un codardo dal temerario.
Aristotele fornisce una lunga descrizione, quasi un catalogo dell'uomo del "giusto mezzo". Per il nostro scopo possiamo limitarci alle seguenti conclusioni: "Egli è il migliore amico di se stesso ed ha il piacere di star solo, mentre la persona priva di virtù o di capacità è il peggior nemico di se stesso e teme la solitudine". In questa conclusione troviamo, infatti, un elemento fondamentale che ci aiuterà a capire e risolvere l'intera questione: si tratta del termine "capacità".
Riprendiamo come esempio i due estremi: viltà e temerarietà, il cui giusto mezzo si dovrebbe manifestare come coraggio. Può anche accadere, però, che gli estremi si rovescino l'uno nell'altro: così il vile si fa temerario (magari solo per dimostrare a se stesso di poter dominare la paura), e, viceversa, il temerario diventa vile (magari dopo qualche esperienza molto paurosa finita male). Ora, su che cosa possiamo fare affidamento per sottrarre i due estremi al caso della diversa costituzione psicosomatica o al caso dei diversi accidenti della vita?