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venerdì 21 aprile 2017

Delle due l'una

O un'elevata origine per un'umile esistenza o un'umile origine per un'elevata esistenza

Come conseguenza dei risultati di questo studio, si può ricavare che soltanto due grandi concezioni possono contendersi, nella loro reciproca opposizione, la supremazia nella teoria della conoscenza, senza possibilità di alternativa: o è vera o è vera l'altra. L'una, che riguarda il passato e il presente della specie umana divisa, dipendente e sottomessa; l'altra, che riguarda il futuro di una specie umana finalmente unita, libera e padrona di se stessa.

Se non consideriamo rilevanti le molteplici concezioni di piccolo cabotaggio che sono sorte sul terreno economico e politico, sociale e culturale dell'epoca capitalistica, quindi anche le recenti concezioni teorico scientifiche, denominate paradigmi, è solo perché queste riflettono semplicemente quel pluralismo relativistico senza fine che il mondo capitalistico ha creato per le proprie esigenze particolari e contingenti.

Le due grandi concezioni sulla natura e sulla società sono  la concezione metafisica teologica e la concezione dialettica materialistica. I] La prima che si è sempre avvalsa del modo di pensare metafisico (in quanto separa la necessità dal caso), deterministico (in quanto concepisce la necessità come causalità), riduzionistico (in quanto attribuisce la necessità al singolo individuo, oggetto, evento), teologico (in quanto attribuisce tutte le cause a una causa prima divina). II] La seconda, che si avvale del pensiero dialettico che attribuisce la necessità soltanto ai complessi; che concepisce la necessità come cieca (in quanto rappresenta il rovesciamento del caso relativo ai singoli numerosi costituenti dei complessi stessi). Questa concezione si avvale della polarità dialettica caso-necessità come chiave di volta delle polarità dialettiche che riflettono l'evoluzione della materia nel cosmo.

lunedì 26 dicembre 2016

Il caso e la necessità secondo la provvidenza divina

Riferendoci ancora agli "ATTI" del convegno "SCIENZE E RELIGIONI" del 2007, un'altra preoccupazione della teologia odierna riguarderebbe una scienza che pretendesse fare a meno dell'ordine divino. Secondo Vincenzo Caputo del Politecnico delle Marche esisterebbero oggi due posizioni contrastanti in seno alla teologia cattolica.

1) La prima che sostiene non essere un problema rilevante per la teologia l'evoluzione darwiniana. Come ha affermato Mons. Carlo Molinari nel 1984: "a qualsiasi conclusioni gli scienziati potranno pervenire sul fatto e sulla modalità dell'evoluzione (...) il teologo non avrà motivo di turbamento o di compiacimento". Inoltre "Lo stesso Papa Giovanni Paolo II sostenne, in un discorso del 1986, che l'evoluzione è più che una teoria".

2) La seconda posizione è, invece, intransigente nei confronti della spiegazione darwiniana della evoluzione (Schonborn, 2005; Ratzinger, 2006): "tale controversia attiene soprattutto alle implicazioni sul comportamento e la morale umana: la descrizione del processo evolutivo -privo di orientamento e condizionato dalla contingenza- fornita da Darwin viene ritenuta infatti moralmente pericolosa poiché potenzialmente in grado di sprofondare il credente nell'abisso del relativismo etico, dell'ideologia e dell'ateismo".

sabato 24 dicembre 2016

Una posizione teologica sulla creazione e sull'evoluzionismo

Per valutare l'attuale posizione della teologia, soprattutto nei confronti dell'evoluzionismo e in genere della scienza, abbiamo a disposizione gli "ATTI" di un convegno sul "ruolo delle scienze naturali", dal titolo "SCIENZE E RELIGIONI" (28 febbraio 2007). Per i nostri scopi prenderemo in considerazione la prefazione del gesuita George V. Coyne.

La sua premessa è che, per spiegare l'origine della vita non c'è bisogno di Dio sul piano scientifico: "Dio non è la risposta a un bisogno di carattere scientifico". Anche se certi credenti vorrebbero riempire i vuoti della scienza con Dio, Coyne ritiene che "La pienezza di Dio va cercata nella creazione. Dio non va cercato per riempire i vuoti della scienza... Ma il Dio di cui ho parlato è anche il Dio creatore dell'Universo".

Come si vede, nonostante il richiamo all'indipendenza della scienza, il teologo ribadisce la creazione divina, e anzi ribadisce che "La fede cristiano-giudaica è radicalmente creazionista". Questa fede crede "che tutto dipende da Dio, o meglio, tutto è dono di Dio". "Dio è sempre all'opera nell'universo". Qundi "Panteismo e materialismo sono ugualmente falsi". Con affermazioni così assolute e definitive, ci sarebbe poco da discutere, se non fosse, però, che poi vengono fuori i distinguo: innanzi tutto, che ogni epoca ha la sua immagine del Dio creatore: "Perciò, l'immagine attuale di Dio creatore deve rispondere ai concetti della cosmologia moderna".*

venerdì 23 dicembre 2016

Teoria della conoscenza, teologia e scienza

Compatibilità o incompatibilità tra scienza e religione?

Questa è una domanda che ritorna spesso nell'Occidente,  provocata com'è dalle continue oscillazioni nel rapporto tra scienza e religione. Eppure, nonostante le apparenze, la realtà storica mostra una sostanziale compatibilità perché la scienza, fino ad oggi, non ha mai reciso il cordone ombelicale che continua a tenerla legata alla teologia.

La premessa era necessaria prima di affrontare le interessanti tesi esposte dal teologo Francisco Ayala nel suo libro dal titolo rivelatore: "IL DONO DI DARWIN alla scienza e alla religione" (2009). Grazie a queste tesi potremo mettere in evidenza alcune difficili questioni mai risolte perché sono insolubili, sia per una religione che oscilla tra la pretesa di conciliare la teologia con la scienza e il desiderio opposto di metterle in contrasto, sia per una scienza che oscilla tra l'affermazione della incompatibilità e l'accettazione della compatibilità con la religione.

La principale questione riguarda quella che ha rappresentato la nota dolente dei principali filosofi e teologi dal Seicento fino ad oggi. Espressa con le parole di Ayala, la questione si presenta così: se Dio è onniscente, onnipotente e misericordioso, come mai la natura "è prodiga di catastrofi, calamità, imperfezioni, disfunzioni, sofferenze e crudeltà?" E' il problema della teodicea mai veramente risolto.

mercoledì 16 novembre 2016

"Il significato dell'esistenza umana"

Questo titolo ambizioso è tratto dal libro di Edward Osborne Wilson, uscito nel 2014 e pubblicato su "Le Scienze" di Gennaio 2015. Nelle intenzioni dell'autore questo "significato" va inteso in senso scientifico, come visione del mondo che non dipende dalle intenzioni di un architetto: "nessun disegno tracciato in anticipio, bensì reti sovrapposte di cause ed effetti fisici. La storia del suo dispiegarsi obbedisce soltanto alle leggi generali dell'Universo; ogni evento è casuale, e nondimeno altera la probabilità di eventi successivi".

Ma se ogni evento è casuale che cosa ha a che vedere con le cause e gli effetti? E come può Wilson scrivere: "L'umanità, sostengo, emerse in modo del tutto indipendente attraverso una serie cumulativa di eventi avvenuti nel corso dell'evoluzione. Noi non siamo predestinati a raggiungere alcun obiettivo, né dobbiamo rendere conto a un qualsiasi potere che non sia il nostro. A salvarci sarà solo la saggezza basata sulla comprensione di noi stessi, e non la devozione religiosa"?

martedì 18 ottobre 2016

Un equivoco storico sul determinismo divino


L'autore di questo blog deve ammetterlo: ignorava che Papa Ratzinger, nel 1987, avesse scritto: "Molto in generale si può dire che se l'inizio del mondo è dovuto a uno scoppio primordiale, allora non è più la ragione il criterio e il fondamento della realtà, bensì l'irrazionale; anche la ragione è, in questo caso, un prodotto collaterale dell'irrazionale verificatosi solo per caso e per necessità, anzi per errore ed in quanto tale da ultimo è essa stessa irrazionale".

Ho appreso questo da un articolo di qualche anno fa (2013), pubblicato da "Scienza in rete" a firma di Cristian Fuschetto, il quale sottolineò anche "l'insofferenza per la teoria del Big bang e per quella evoluzionistica, divulgatrice di una visione "irrazionalistica" della Natura in cui ogni apparente ordine altro non sarebbe se non il frutto di uno "scoppio primordiale" e di "caso e necessità"": insofferenza che non poteva mancare alla teologia ratzingeriana e, più in generale, alla religione.

sabato 15 ottobre 2016

Il fondamento reale della inconciliabilità tra la scienza umana e la scienza divina e veneranda

Occorre partire dalle seguenti due premesse:

 1) Sia i credenti che i non credenti sono sempre stati accomunati dal medesimo interesse verso lo studio filosofico, matematico, scientifico, economico e storico. Anzi, nella relativamente recente esistenza dell'uomo cosciente, sono stati i credenti ad essere i primi depositari della conoscenza: originariamente, i funzionari di qualsiasi religione, i suoi sacerdoti, si sono elevati al di sopra dei loro popoli coltivando la conoscenza. E anche la scienza (europea) moderna è sorta dalla scienza di Dio, dalla teologia.

2) Ma la scienza moderna, a partire da Copernico, Galileo, Keplero, ecc. (scienziati pur sempre credenti) ha introdotto un elemento oggettivo di contraddizione tra la scienza di Dio e la scienza dell'uomo. Questa contraddizione riguarda il principale presupposto: come accostarsi alla conoscenza, come fare scienza? La risposta a questa domanda ha prodotto l'oggettiva inconciliabilità tra libera scienza e religione.

Vediamo perché e come. Lo scienziato non credente o, che pur credente, ritiene di dover conoscere la natura con i propri mezzi, concepisce una libera scienza, senza alcun divieto per le sue possibili scoperte, per le possibili leggi della natura da lui individuate. Lo scienziato credente o che è già scienziato di Dio (teologo) ritiene, invece, che la conoscenza scientifica abbia dei limiti, sia soggetta, insomma, ad alcuni divieti fondamentali, il principale dei quali che nessuna legge di natura scoperta dalla scienza umana può essere in contraddizione con la scienza di Dio, con la teologia, ossia con quella che Aristotele chamò "scienza divina e veneranda".

lunedì 7 luglio 2014

II] Bellone. Altro che caos e armonia: un paradosso del Seicento

Un omaggio critico a Enerico Bellone

(Continuazione) "E' infatti lecito -scrive Bellone- chiedersi per quali motivi esista, nei primi anni del Seicento, una disparità notevole tra le teorie e le misure relative all'astronomia e alla meccanica da un lato, e quelle relative ai fenomeni elettrici e magnetici dall'altro". Keplero ha teoremi e può confrontare i calcoli con le misure astronomiche di Tycho Brahe, ma riguardo alla teoria dell'attrazione tra il Sole e i pianeti non può superare l'analogia tra la virtù motrice del sistema planetario e le idee di Gilbert sul magnetismo. Galilei, "che lavora su un programma di matematizzazione della teoria del moto", ammira l'ingegnosità del De Magnete, ma ne critica l'assenza della matematica.

Riguardo all'astronomia, la questione principale era spiegare la gravitazione e non solo limitarsi a calcolarla. Cartesio, che cercava di spiegare l'intero Universo, non apprezzava il metodo di Galileo dello studio di problemi ben definiti. E, viceversa, Galilei non comprendeva le tecniche algebriche di Cartesio. Ma quest'ultimo fingeva ipotesi: voleva spiegare le cause e le riferiva alla causa prima, Dio. Anche Leibniz non apprezzava Cartesio per via del suo "metodo" che considerava inutile.

sabato 5 luglio 2014

I] Bellone. La proposta di compromesso di Osiander e la scienza moderna

Un omaggio critico a Enrico Bellone

In questo e nei due successivi post, prenderemo in considerazione alcuni importanti contenuti del libro di Enrico Bellone, "Caos e armonia" (2004), dove egli, in particolare, sottolineò che, nell'epoca attuale, milioni di studiosi operano nel campo della scienza e rappresentano quella "comunità scientifica" penalizzata da troppi vincoli che si pretendono porre alla scienza  stessa.

Così scrisse: "In quanto l'evoluzione della scienza fondamentale ha una spiccata caratteristica di non intenzionalità, l'idea stessa di porre vincoli preliminari sulla libertà della ricerca è una pia illusione, anche se appare a molti intellettuali saldamente ancorata alla distinzione tra cultura (la cui libertà d'espressione va comunque garantita) e tecnica (la cui libertà operativa dovrebbe essere invece regolata con prescrizioni etiche, politiche, religiose e giuridiche, ed eventualmente punite in caso di violazione)".

In senso sociale, il problema del controllo delle applicazioni della scienza è di difficile soluzione, ma non ha nulla a che vedere con le questioni, sollevate da Bellone, della libera conoscenza e dei vincoli che la storia ha posto alla scienza, a cominciare dai divieti teologici. E', comunque, dei suddetti vincoli che tratteremo in questo post.

sabato 28 giugno 2014

3) Paolo Rossi. La cultura del pessimismo*

(Continuazione) Scrive Rossi: "L'idea di una crescita e di uno sviluppo del genere umano e la nozione dell'advancement of learning, si andranno articolando -nell'età dell'illuminismo- in una vera e propria teoria nella quale entreranno in gioco la nozione di perfettibilità dell'uomo e di una sua natura alterabile e modificabile; l'idea di una storia unitaria o "universale" del genere umano; i discorsi sul passaggio dalla "barbarie" alla "civiltà", soprattutto l'affermazione di costanti o di "leggi" operanti nel processo storico. Fra la metà del settecento e la metà dell'ottocento l'idea di progresso finirà per coincidere -al limite- con quella di un ordine provvidenziale immanente al divenire della storia".

Erano convinti dell'esistenza di quest'ordine, anche se in forma diversa, ad esempio, Comte e Spencer; e, in seguito, troviamo questa convinzione anche "negli esponenti del darwinismo sociale presso i quali il progresso si configura come una necessità naturale e la civiltà viene considerata come una parte della natura. L'evoluzionismo assume tonalità religiose; la teoria dell'evoluzione viene fatta coincidere con quella del progresso; le aspirazioni degli uomini si identificano con quelle della natura".

venerdì 27 giugno 2014

IV] Paolo Rossi. Nata dalla teologia, la scienza moderna non ha ancora risolto i suoi problemi*

(Continua) Nello scolio generale aggiunto alla seconda edizione dei suoi Principia, Newton si pone il problema della regolarità dei moti planetari. Paolo Rossi così riassume: "Quella regolarità, a suo avviso, non può dipendere da princìpi meccanici. L'essere del mondo non trova il suo fondamento in quei princìpi ed è necessario fare appello alle cause finali, al teleologismo. Da una cieca necessità metafisica non può nascere la varietà delle cose create. Il cieco fato non potrebbe mai far mutare tutti i pianeti nella stessa direzione in orbite concentriche".

Rossi così continua, citando Newton: "La uniformità del sistema planetario è il risultato di una scelta: "Questa elegantissima compagine del Sole, dei pianeti e delle comete non poté sorgere senza la presenza di un Essere onnipotente e intelligente". Colui che ha ordinato l'universo, ha collocato le stelle fisse a un'immensa distanza le une dalle altre "per timore che questi globi non cadessero l'uno sull'altro per forza di gravità"." Dio "regge le cose non come l'anima del mondo, ma come Signore dell'Universo"." 

II] Paolo Rossi. Sul caso Galileo*

(Continuazione) Rossi ha compreso che la vera questione era per Galilei "la descrizione della realtà delle cose", distinguendo così tra ciò che appare e ciò che è reale, ossia tra ciò che è soggettivo e dipendente dalla percezione dei sensi e ciò che è reale nel mondo. La seconda questione teorica di Galilei era quella relativa al famoso passo riportato da tutti perché interpretato come supremazia della matematica. 

A questo riguardo, Rossi scrive: "I caratteri in cui è scritto il libro della natura sono diversi da quelli del nostro alfabeto, e non tutti sono in grado di leggere in quel libro. Su questo presupposto Galilei fonda la fermissima, ostinata convinzione di tutta la sua vita: la scienza non si limita a formulare ipotesi, a "salvare i fenomeni", ma è in grado di dire qualcosa di vero sulla costituzione delle parti dell'universo in rerum natura, di rappresentare la struttura fisica del mondo".

giovedì 26 giugno 2014

I] Paolo Rossi. Come nasce la scienza moderna*

Secondo Rossi** la scienza moderna nasce al di fuori delle università e in polemica con queste [quindi, non in una torre d'avorio come quella dell'attuale comunità scientifica]. La scienza moderna nasce con questo duplice carattere: 1) la filosofia meccanica, 2) la nuova immagine di Dio come ingegnere e orologiaio [che nuova non era nella sostanza ma solo nella forma. L'idea del Dio creatore, causa del mondo era già in Platone e in Aristotele. E, riguardo alla forma, ogni epoca ha attribuito a Dio il proprio livello tecnologico raggiunto, i propri meccanismi]

Rossi ricorda che alle origini della scienza moderna convivevano il nuovo (meccanicistico, sperimentale, ecc.) e il vecchio (ermetico, alchemico, ecc. Ad es. Newton che ha scritto manoscritti alchemici con più di un milione di parole, equivalenti a circa 3.500 pagine di libro). E sottolinea: "Gli scienziati del Seicento non sapevano e non potevano sapere ciò che ora sappiamo: che l'alchimia seicentesca "era l'ultimo fiore di una pianta morente e la matematica del Seicento era il primo fiore di una robusta pianta perenne" (Westfall, 1989)".

Per Rossi, le generalizzazioni precedenti la scienza moderna sarebbero legate "a una concezione antropomorfica del mondo, che assume le sensazioni e i comportamenti e le percezioni dell'uomo, nella loro immediatezza, come criteri della realtà". Dunque il soggettivismo è antropomorfico. Ma sarebbe ancora più esatto concepire l'antropomorfismo come quella tendenza ad attribuire alla natura ciò che è dell'uomo, e non solo le sensazioni ecc. umane, ma anche le stesse macchine, e persino il computer com'è avvenuto di recente. E il fatto che nel Seicento-Settecento convivessero, ingenuamente, magìa e scienza, ciò non toglie che ancora oggi esse convivano in modi più raffinati soprattutto in fisica (teoria delle stringhe, teoria M a 11 dimensioni, ecc.)

martedì 27 maggio 2014

Il fato di Plutarco subordinato alla divina provvidenza

Prendiamo in considerazione "Il fato e la superstizione", opera nella quale Plutarco compie la sua ricerca sull'essenza del fato in relazione alla necessità. Già nell'introduzione, dopo aver detto che, nella "Repubblica", Platone ha definito il fato "quale espressione di Lachesi, figlia della necessità", osserva: "nell'esporre il suo pensiero, Platone si esprime proprio in termini teologici. Volendo semplificare e rendere questa definizione in un linguaggio corrente, possiamo dire che il Fato, in quanto al Fedro, è "una legge divina inviolabile", perché precede da una causa di cui niente e nessuno può intralciare gli effetti", quanto al Timeo, è "una legge conforme alla natura dell'universo, la quale regola il corso di tutto ciò che accade", e quanto alla Repubblica, è "una legge divina che collega il futuro al passato e al presente".

In questo giudizio ritroviamo il determinismo assoluto dell'antico pensiero greco nella forma della necessità fatale. Ma Plutarco si rende conto che una cosa è il fato (la necessità) in generale, altra cosa è la sua manifestazione nei singoli casi. Infatti dice: è "evidente che cos'è il fato in generale ma non quale esso risulta nell'ambito delle cose particolari e dei singoli individui". In altre parole, se non è un problema la definizione di necessità fatale in generale, il problema nasce quando si prende in considerazione la necessità fatale in relazione alle singole cose, ai singoli eventi, ai singoli individui.

domenica 25 maggio 2014

L'opposizione di Epicuro alla cieca necessità

Queste considerazioni su Epicuro di Samo sono frammentarie, come frammenti sono tutto ciò che ci è rimasto della sua opera. Qualcuno crede persino di potergli attribuire il determinismo fondato sulla causa che appartiene al suo vecchio maestro Democrito. Ma chi scrive ritiene che valgano per lui le seguenti valutazioni.

Il filosofo di Samo rifiuta la necessità assoluta del fato. Nella "Lettera a Meneceo", egli scrive: "è vana opinione credere il fato padrone di tutto", e aggiunge: "le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna è instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode". Nell'affermare che la necessità è irresponsabile, Epicuro ha in mente la cieca e incosciente necessità del fato. Ora, la necessità irresponsabile e la fortuna instabile non sono sotto il controllo dell'uomo, non dipendono da lui. L'arbitrio dell'uomo, invece, essendo indipendente dal fato "padrone di tutto", è concepito da Epicuro come libertà.

Riguardo alla cieca necessità naturale, egli dice: "Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità". Sebbene rifiuti sia la cieca necessità naturale che la necessità divina, polemicamente afferma che è meglio credere nella divinità, la cui necessità può essere, almeno nella speranza, modificata con preghiere.

martedì 2 aprile 2013

Un equivoco storico plurimillenario nel rapporto tra scienza e religione

L'autore di questo blog deve ammetterlo: ignorava che Ratzinger, nel 1987, avesse scritto: "Molto in generale si può dire che se l'inizio del mondo è dovuto a uno scoppio primordiale, allora non è più la ragione il criterio e il fondamento della realtà, bensì l'irrazionale; anche la ragione è, in questo caso, un prodotto collaterale dell'irrazionale verificatosi solo per caso e per necessità, anzi per errore ed in quanto tale da ultimo è essa stessa irrazionale".

Apprendo questo da un recente articolo pubblicato in "scienzainrete" a firma di Cristian Fuschetto, il quale allude anche alla "insofferenza per la teoria del Big Bang e per quella evoluzionistica, divulgatrice di una visione "irrazionalistica" della Natura in cui ogni apparente ordine altro non sarebbe se non il frutto di uno "scoppio primordiale" e di "caso e necessità"": insofferenza che non poteva mancare alla teologia ratzingeriana e, più in generale, alla religione.

Il fondamento reale della inconciliabilità tra la scienza umana e la scienza divina e veneranda

Occorre partire dalle seguenti due premesse.

 1) Sia i credenti che i non credenti sono sempre stati accomunati dal medesimo interesse verso lo studio filosofico, matematico, scientifico, economico e storico. Anzi, nella relativamente breve esistenza dell'uomo cosciente, sono stati i credenti ad essere i primi depositari della conoscenza: originariamente, i funzionari di qualsiasi religione, i suoi sacerdoti, si sono elevati al di sopra dei loro popoli coltivando la conoscenza. E anche la scienza moderna è sorta dalla scienza di Dio, dalla teologia.

2) Ma la scienza moderna, a partire da Copernico, Galileo, Keplero, ecc. (scienziati pur sempre credenti) ha introdotto un elemento oggettivo di contraddizione tra la scienza di Dio e la scienza dell'uomo. Questa contraddizione riguarda il principale presupposto: come accostarsi alla conoscenza, come fare scienza? La risposta a questa domanda ha prodotto l'oggettiva inconciliabilità tra la (libera) scienza e la religione.

venerdì 23 novembre 2012

3. Il moderno calcolatore al servizio della scienza, rispecchiando il dispendio naturale

(Continuazione) Con questo titolo, qui s'intende un'ipotesi già accennata in questo blog, e cioè che i grandi numeri, tipici dei processi naturali, possano essere rispecchiati dal collegamento di numerosi computer, ciò che già avviene nell'ambito di LHC e in altre situazioni tecnologiche. Come abbiamo più volte sostenuto in questo blog, i processi della natura si svolgono sulla base di un grande dispendio. Dai processi cosmici ai processi della vita è tutto un dispendio di grandi numeri. Perciò dice bene Capovani: "Una sfida per il futuro: trovare un efficiente sfruttamento di un gran numero (milioni) di calcolatori collegati in rete per reperire e strutturare grandissime quantità di dati".

Tutto ciò ha valore soprattutto là dove anche i più ostici deterministi devono ammettere il caso nella forma della complessità dei grandi numeri, come nell'esempio del metodo Monte Carlo. Scrive Capovani: "Gli algoritmi probabilistici, come il metodo Monte Carlo, furono introdotti con l'esplicito scopo di ridurre la complessità di determinate procedure algoritmiche o di aggirare delle vere impossibilità di risoluzione con metodi standard. Utilizzando algoritmi probabilistici è possibile trattare problemi difficili anche introducendo una incertezza, legata al valore assunto da opportune variabili casuali, sulla correttezza del risultato".

Naturalmente nessuno, eccetto l'autore di questo blog, ha la precisa consapevolezza della cieca necessità complessiva della natura, la quale ottiene risultati, da nessuno voluti, per mezzo di un grande dispendio. E' proprio con simili premesse che le macchine calcolatrici, inventate e prodotte dall'uomo, potrebbero essere fondamentali per affrontare sempre più e sempre meglio i dispendiosi processi naturali, regalandoci una conoscenza, altrimenti impossibile e senz'altro irrealizzabile con l'economico metodo deterministico.

mercoledì 1 febbraio 2012

Il reale contrassegno della scienza moderna partorita dalla teologia

Se, a questo punto, facciamo un bilancio dei risultati fin qui raggiunti, possiamo rilevare l'esistenza di una profonda contraddizione nel pensiero scientifico moderno. Abbiamo visto che il vero oggetto della scienza è il complesso necessario, mentre il singolo individuo, sottoposto al dominio del caso, è divenuto oggetto della religione che lo ha concepito teologicamente come qualcosa di predeterminato, ossia necessario.

Ora, il pensiero riduzionistico (Cartesio, Leibniz, ecc.), riducendo il complesso al semplice (ossia riducendo ciò che considerava indeterminabile, il complesso, a ciò che considerava determinabile, il singolo oggetto o individuo) non ha fatto che ricalcare le orme della teologia: il riduzionismo, in questo senso, non rappresenta nient'altro che il metodo della scienza moderna che riduce il suo oggetto all'oggetto della teologia.

Questo paradosso si spiega soltanto mediante una contraddizione oggettiva così profonda che mai finora era emersa. Un fondamento del pensiero dialettico materialista è l'idea che l'uomo, il prodotto più elevato della natura, ne rappresenta la coscienza stessa, ovvero che l'uomo è in grado di riflettere i processi naturali. Ma la natura, ovvero l'insieme di tutti i processi complessivi della materia in movimento, può essere riflessa solo da una coscienza collettiva, la quale può essere espressa solo da una scienza capace di rendere ragione delle necessità naturali che si manifestano non nelle singole cose, nei singoli eventi, bensì nei complessi evolutivi.

lunedì 30 gennaio 2012

II] La provvidenza divina di Vico come rifiuto della necessità fatale e del caso

(Continua) Per arrivare a comprendere che la certezza geometrica vale solo in sé stessa e non per l'applicazione della geometria alla fisica, ci voleva un pensatore libero da pregiudizi e flessibile. Lo possiamo constatare con alcuni esempi. Così nel campo della morale e della vita civile, Vico indica la prudenza, ma solo perché "i fatti umani sono dominati dall'occasione e dalla scelta, che sono incertissime". E ancora: "dato, dunque, che le azioni della vita pratica sono valutate in conformità ai momenti e alle contingenze delle cose, cioè alle cosiddette circostanze, di cui molte sono estranee e inutili, alcune spesso non conseguenti e talvolta anche avverse, al proprio fine, i fatti umani non possono misurarsi con il criterio di questa rettilinea e rigida regola mentale". Occorre, perciò, secondo Vico, flessibilità.

Ad un certo punto, in due sole paginette, egli si scusa di non aver trattato della teologia cristiana, senza per altro neppure accennare alla divina provvidenza. Ciò conferma che egli riesce ancora a pensare liberamente perché dimentica la teologia, e può quindi ritenere la vita quotidiana di ciascun individuo dominata da circostanze contingenti, da nessuno volute, perciò casuali sia riguardo alle occasioni sia a riguardo delle scelte, incertissime. Da dove deriva, allora, la necessità?

Distinguendo la necessità della scienza da quella della prudenza civile, Vico scrive: "Quanto alla scienza essa differisce dalla prudenza civile in questo: eccellono nella scienza quelli che ricercano una causa sola da cui poter ricavare molteplici fenomeni della natura, mentre nella civile prudenza prevalgono quelli che cercano quante più cause di un sol fatto per congetturare quale sia la vera. Ciò perché alle più alte verità mira la scienza, alle più piccole la saggezza, onde si distinguono i tipi dello stolto, dell'astuto analfabeta, del dotto maldestro e dell'uomo savio".
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