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domenica 6 novembre 2011

L'evoluzione dispendiosa della vita

L'incomprensione di Gould e le due leggi di Engels

Uno dei motivi conduttori del pensiero teorico della biologia contemporanea è il ritenere l'evoluzione della vita una questione di efficienza e di economia. Di conseguenza, l'evoluzione dovrebbe dare come risultato il massimo del prodotto vitale. Per questo modo di pensare, un'evoluzione dispendiosa è un controsenso. Perciò la natura appare molto stravagante quando ci mostra distruzioni, estinzioni e mostruosità.

Può sembrare paradossale, ma ogni argomento è buono per rifiutare il carattere dispendioso della evoluzione. Potremmo anche dire che ogni scuola, e persino ogni autore, si distingue per l'argomento prescelto. La conseguenza è che, nei vari rami della biologia contemporanea, c'è molta confusione sull'oggetto stesso della evoluzione.

lunedì 31 ottobre 2011

Origine della vita: tra concezioni opposte, una sola verità dialettica

Steven J. Dick in "Vita nel cosmo" (2008), all'inizio del sesto capitolo, cita quattro concezioni diverse sulla comparsa della vita. Vediamole:

l) "Abbiamo tutte le ragioni per ritenere che la comparsa della vita non sia un "fortunato incidente", ma un fenomeno del tutto normale, una componente intrinseca allo sviluppo evolutivo globale del nostro pianeta. La ricerca della vita fuori della Terra è quindi solo una parte di un problema più generale che la scienza si trova ad affrontare, l'origine della vita nell'Universo" (A.I. Oparin, 1975).

2) "Il rendersi conto appieno della quasi impossibilità della comparsa della vita ci riporta all'estrema improbabilità di quanto è avvenuto. E' per questo motivo che molti biologi ritengono che la comparsa del vivente sia stata un evento imprevedibile. La probabilità che questo evento quasi impossibile abbia avuto luogo più di una volta è incredibilmente bassa, anche se nell'Universo ci fossero milioni di pianeti" (Ernst Mayr, 1982).

giovedì 19 maggio 2011

Sull'origine della vita: dispendio ed eccezione statistica

Prima parte

"Bisogna tener presente che l'origine della vita è un processo guidato dalla dispendiosa dialettica di caso e necessità, perciò in ogni momento di questo processo a tre fasi possono verificarsi degli stop, dei ritorni indietro, delle degenerazioni o degli aborti. Questo è il dispendio biologico che riguarda sempre i singoli organismi, e, nei tempi geologici, intere specie, generi, ordini, ecc. Allo stesso modo, nei tempi cosmologici, questo dispendio riguarda altri pianeti di altre galassie, nei quali la vita eccezionalmente può essere fecondata, può interrompersi oppure può attraversare lo stadio di gestazione e abortire; oppure, al contrario, nascere, come è avvenuto nel nostro pianeta, con quella necessità che ha per fondamento il caso che produce dispendio e rarità statistica.

La vita terrestre, evoluta fino alla sua forma cosciente: l'uomo, è una rarità eccezionale nel cosmo. Ma l'enorme numero di galassie ci permette di sostenere come ipotesi realistica l'esistenza di una vita extraterrestre in vari stadi di evoluzione: dalla fecondazione, alla gestazione, alla nascita e all'evoluzione verso la forma cosciente. In questa ipotesi, il raggiungimento della forma più evoluta, la forma cosciente, deve necessariamente rappresentare sempre e ovunque una straordinaria eccezione statistica, resa possibile solo dai grandi numeri di forme di vita estraterrestri.

sabato 9 aprile 2011

La dialettica estinzione-selezione naturale

La totalità dei naturalisti, dopo aver accettato le estinzioni in massa di specie, generi e ordini ecc., hanno ritenuto doveroso e necessario ricercarne le cause. Poiché sono passati ormai quasi due secoli da quando Cuviér ammise lo spopolamento di interi continenti, attribuendolo a immani catastrofi, e nel frattempo nessuna connessione necessaria di causa ed effetto è riuscita ad imporsi, nonostante il gran numero di ipotesi formulate, delle quali si è tentata ogni sorta di verifica, c'è da chiedersi se la ragione del fallimento non vada ricercata più nella teoria che nella ricerca empirica.

Dal punto di vista della teoria della conoscenza, occorre superare il punto di vista limitato, proprio del determinismo, per affermare una concezione dialettica che interpreti, in generale, il fenomeno delle estinzioni come la principale prova della legge del dispendio biologico, che guida l'evoluzione delle specie animali imponendo una selezione caratterizzata dall'affermazione di specie statisticamente eccezionali, sorte sulla base dell'estinzione stessa. 

mercoledì 30 marzo 2011

Casualità dell'individuo e necessità della specie: il "lato buono" e il "lato cattivo" della selezione naturale

Se la conservazione di ogni singolo individuo e (della sua progenie), a qualsiasi specie esso appartenga, non può essere lo scopo della natura, non può essere neppure lo scopo dei singoli individui stessi. Conservazione e riproduzione individuale, così come il loro opposto, l'eliminazione, sono soltanto il risultato del movimento complessivo della vita. Nel concetto di vita dobbiamo comprendere sia la vita individuale sia la vita dei complessi: le specie.

Cominciamo dall'individuo: che cosa muove l'individuo? L'organismo vivente ha dei bisogni fisiologici che rappresentano la sua cieca necessità. Questa necessità individuale si manifesta, negli stati più primordiali e nel regno vegetale, come semplice repulsione e attrazione; negli stati più evoluti, come sensazioni di fame, sete, freddo, caldo, piacere, dolore, ecc. E' partendo da queste necessità che l'individuo, nel suo movimento, va incontro a tutta una serie di correlazioni casuali con altri individui e oggetti dell'ambiente a lui esterno.

sabato 19 marzo 2011

Il caso secondo Darwin

Sembra un paradosso, ma spesso le questioni principali, che presentano le maggiori difficoltà teoriche, vengono confinate dagli autori nelle note. Anche Darwin non si sottrae alla regola; anzi, egli confina in una nota, subito, nella prima pagina dell'Origine delle specie, la questione più difficile di tutte: quella del rapporto caso-necessità. E lo fa citando un passo di Aristotele "secondo la traduzione del sig Clair Grece, il primo che mi abbia fatto osservare questo passo": "Aristotele, nella Phisicae Auscultationes, dopo aver osservato che la pioggia non cade per far crescere il grano più di quanto non cada per danneggiare il raccolto quando il contadino si appresta a trebbiarlo, applica la medesima osservazione all'organismo e aggiunge [...]: "Che cosa dunque impedisce che le varie parti (dell'organismo) abbiano, in natura, questo rapporto puramente accidentale? Per esempio, i denti anteriori sono, per necessità, taglienti ed atti a lacerare, mentre i molari sono piatti e utili alla masticazione degli alimenti; tuttavia essi non furono fatti in tal modo a bella posta, bensì in conseguenza di fenomeni accidentali. Lo stesso si può dire di altre parti che sembrano essere adatte a determinati scopi. Quindi, tutte quelle cose (ossia tutte quelle parti di un complesso) che, per caso, risultano utili a qualche scopo, si sono conservate, in quanto una spontanea potenza interna ha conferito loro qualità appropriate. Invece tutto ciò che non possiede queste qualità è scomparso e sta scomparendo"."

giovedì 25 novembre 2010

Evoluzione naturale: caso e necessità dell'evento straordinario

Gli effetti della larga base della casualità si accumulano di generazione in generazione. Di conseguenza, nei tempi lunghi delle generazioni, si possono verificare, di tanto in tanto, eventi straordinari. Perciò un singolo evento straordinario, statisticamente eccezionale, (nel linguaggio probabilistico, oggi di moda, l'eccezione statistica è considerata un "evento altamente improbabile") può verificarsi, talvolta, nel corso di una o poche generazioni.

Trattandosi di un singolo evento casuale, ogni evento straordinario è imprevedibile; tuttavia, si può prevedere che, sulla larga base degli eventi singoli casuali, si realizzi non soltanto una frequenza media statistica ma anche un evento raro, straordinario, purché possibile. L'uscita di 5 assi in una mano di Poker è impossibile, ma che, in una mano di Bridge, ciascun giocatore possa ricevere tutte le carte di uno stesso seme è possibile, anche se rappresenta l'evento più raro che possa mai verificarsi in questo gioco.

giovedì 18 novembre 2010

Tre esempi di selezione naturale

Riprendiamo  da "L'evoluzione biologica" (1987) di Luciano Paolozzi tre noti esempi di selezione naturale, per cominciare a verificare in concreto l'impostazione fin qui sviluppata.

Cominciamo dalla falena di betulla, una farfalla nota soprattutto agli agricoltori per i danni arrecati dalle sue larve. E' citata molto spesso nei vari testi come esempio perfetto di selezione operata dall'ambiente. Fino alla metà del secolo scorso (1845), nella zona di Manchester era prevalente la variante di colore grigio brillante con mac­chioline scure, che risultava ben mimetizzata, mentre la variante scura era presente solo nella misura dell'1%. Dieci anni dopo, era salita al 99%. Che cosa era successo? L'introduzione delle fabbriche a Manchester aveva prodotto l'annerimento dell’ambiente a causa del fumo, perciò la falena scura si trovò improvvisamente ben mimetizzata, mentre la variante grigio brillante divenne facile preda dei rapaci. I biologi stabilirono che in questo caso si aveva la prova della selezione operata dall'ambiente.

domenica 7 novembre 2010

Dispendio ed eccezione statistica in biologia

Nell'introduzione alla sua opera fondamentale, Darwin spiega "la lotta per l'esistenza fra tutti i viventi ed in tutto il mondo", facendola dipendere "dalla loro elevata capacità di moltiplicarsi in ragione geometrica", e crede che si tratti della conferma della dottrina di Malthus da parte del mondo vivente. Infatti scrive: "Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possono sopravvivere e quindi la lotta per l'esistenza si ripete di frequente".

Se Darwin avesse accettato il fondamento casuale della selezione naturale, avrebbe potuto comprendere il dispendio relativo all'eccesso di nascite rispetto alla sopravvivenza. Invece, dando per scontato il dispendio, cercò la determina­zione necessaria della selezione naturale, credendo di trovarla nella lotta per l'esistenza; ma anche la lotta per l’esistenza doveva essere spiegata e Darwin ne trovò la causa proprio nella elevata capacità di moltiplicazione degli organismi viventi, superiore alla loro capacità di sopravvivere. In questo modo egli ottenne una formulazione determinista, stabilendo una connessione di causa ed effetto.

domenica 31 ottobre 2010

Dalla casualità dei singoli alla necessità dei grandi numeri


Abbiamo visto che il principio darwiniano della lotta per l'esistenza impone alla selezione individuale una dire­zione benefica, mentre, in realtà, la selezione del singolo individuo è il risultato casuale delle infinite correlazioni tra organismi e ambiente, in tutte le direzioni. Perciò dire che gli individui sopravvissuti sono i più adattati o, viceversa, che gli individui più adattati all'ambiente, ecc. hanno maggiori probabilità di sopravvivenza, significa affermare qualcosa di arbitrario, perché qualsiasi organismo può trovare nei "rapporti infinitamente complessi" ovvero nel "groviglio" della natura, la propria fine accidentale o, al contrario, vantaggi di sopravvivenza persino insperati. Se, invece, da ciò ricaviamo che le specie che si conservano sono in media rappresentate da individui adattati, ciò ha valore solo per il complesso ed ha un valore solo descrittivo, non esplicativo.

Il determinismo ha sempre preteso determinare la necessità complessiva mediante la necessità dei singoli rapporti tra singoli oggetti, individui: così, se conside­riamo un singolo segmento del groviglio della natura, il determinista ci assicura di poter trovare concatenazioni di cause ed effetti. Per spiegarci con un esempio, citato da Darwin, leggiamo che cosa afferma Newman: "In prossimità dei villaggi e delle piccole città ho trovato nidi di bombi in maggior numero che altrove e attribuisco questo fatto al maggior numero di gatti che distruggono i topi". Darwin commenta: "Dunque è perfettamente credibile che la presenza di grandi gruppi di felini in un dato territorio possa condizionare, tramite l’intervento dei topi prima e delle api poi, la densità di taluni fiori del territorio" ("L'origine delle specie").

domenica 24 ottobre 2010

La lotta per l'esistenza

Una delle prime definizioni della selezione naturale, che troviamo ne "L'origine delle specie", è la seguente: "Grazie a questa lotta per la vita, qualsiasi variazione, anche se lieve, qualunque ne sia l'origine, purché risulti in qualsiasi grado utile a un individuo appartenente a qualsiasi specie, nei suoi rapporti infinitamente complessi con gli altri viventi e con il mondo esterno, contribuirà alla conservazione di quell'individuo e, in genere, sarà ereditata dai suoi discendenti. Quindi, anche i discendenti avranno migliori possibilità di sopravvivere, perché tra i molti individui di una data specie, che vengono periodi­camente generati, solo un piccolo numero riesce a sopravvi­vere. A questo principio, grazie al quale ogni piccola variazione, se utile, si conserva, ho dato il nome di selezione naturale, per farne rilevare il rapporto con le capacità selettive dell'uomo".

domenica 17 ottobre 2010

La selezione ad opera dell'uomo e la selezione naturale

  
Com'e noto, Darwin prende in considerazione la sele­zione delle razze, attuata dagli allevatori, per aver un criterio di comparazione con l'evoluzione delle specie in natura. Il confronto è possibile perché in entrambi i casi si tratta della stessa base materiale, costituita dalle variazioni casuali. Ma c'è una fondamentale diffe­renza tra la selezione ad opera dell'uomo, che è intenzio­nale, e la selezione naturale che è involontaria.

Il termine selezione implica la scelta di ciò che è migliore o preferibile. Perciò, riferito alla pratica dell'allevamento, il termine selezione è ineccepibile; mentre, riferito al processo naturale di origine ed evolu­zione delle specie, può avere soltanto un valore metaforico, come del resto lo stesso Darwin ha più volte sottolineato. Se, al contrario, si sostiene che in natura avviene una scelta di ciò che è migliore o preferibile, ciò significa mantenere l'equivoco del finalismo, attribuendo una inten­zione cosciente a dei processi che sono in realtà ciechi, inconsapevoli e da nessuno voluti.

lunedì 11 ottobre 2010

Beati monoculi (Gould) in terra caecorum (Dawkins)

Kim Sterelny in "La sopravvivenza del più adatto", 2004, sottotitolo "Dawkins contro Gould", tenta una impossibile conciliazione tra due concezioni inconciliabili. Il titolo già la dice lunga sul perdurante equivoco tautologico riduzionistico: nella realtà concreta non esiste una connessione necessaria tra la sopravvivenza del singolo organismo e il suo adattamento all'ambiente; finché esso sopravvive è ovviamente "adatto"; ma se per caso viene colpito da un fulmine, muore pur essendo adatto a vivere.
Insomma, in quanto singolo organismo, è soggetto alla sfera dell'imprevedibile casualità. 

Chi sono i personaggi che si contrapposero tenacemente? Il primo, Richard Dawkins, un etologo inglese, studioso dei costumi e del modo di vivere di piante e di animali; il secondo, Stephen J. Gould, un paleontologo americano di Harvard, studioso di fossili. Entrambi si sono contesi l'eredità di Darwin, il primo con la metafora del "gene egoista", il secondo con la teoria degli "equilibri punteggiati".

giovedì 7 ottobre 2010

Il caso Dawkins

L'opera di Dawkins si può riassumere in un "centone" di metafore esoteriche, accompagnate da prolisse, pedanti e minuziose descrizioni empiriche. L'uso ossessivo di metafore, a cominciare dai titoli delle sue opere, quali il "Gene egoista", il "Monte improbabile", ecc., e l'eccessiva minuziosità delle sue descrizioni non riescono a coprire l'assoluta mancanza di pensiero, l'assoluta incapacità di riflettere. Tanto che riesce persino imbarazzante criticare la sua "teoria" per la banalità dei suoi scarsissimi contenuti.

Prendiamo, ad esempio, il "Gene egoista". Già attribuire una qualità appartenente alla coscienza individuale a un'entità che nessun biologo è mai riuscito a definire univocamente è un non senso. Se ogni uomo è letteralmente un "io" cosciente, egoista, nessuna cosa o organismo può essere considerata un "io" e per giunta egoista. Può esserlo soltanto in senso figurato. Quindi un gene può essere definito egoista per convenzione, non in senso letterale, tanto meno in senso reale.

giovedì 29 luglio 2010

Selezione naturale: un'ambigua metafora meccanicistica

Abbiamo visto in più occasioni che, con "selezione naturale", Darwin ha inteso indicare i risultati della evoluzione della specie nel loro aspetto più benefico e progressivo; e solo con molto pudore egli ha segnalato gli aspetti negativi: il grande dispendio nella mortalità degli embrioni e nelle estinzioni, per additare solo i principali. Ora, anche se si vuole dar credito all'idea (erronea) che nella natura vivente esista qualcosa come un meccanismo che seleziona organi, individui, specie, ecc. più adatti e progressivi, occorre accettare la nuda e cruda realtà: la selezione è principalmente eliminazione dei "non adatti" e in una maniera così dispendiosa che solamente rari organi, individui, specie, ecc. sopravvivono protempore.

Se le cose stanno così, cerchiamo di approfondire la riflessione sul concetto di "selezione naturale", riflessione resa sempre più necessaria dalla circostanza che da tutte le parti, ormai, la si concepisce come un meccanismo, quasi a consacrare il suo lato positivo, creativo e benefico, minimizzando o dimenticando il dispendio relativo alla mortalità neonatale e alle estinzioni di specie, generi, ecc.

La separazione delle "Leggi intelligenti" dal "Caso"! Uno dei tanti compromessi di Darwin

Ad un anno circa dalla pubblicazione del mio opuscolo, "Chi ha frainteso Darwin?", citiamo un paragrafo della seconda parte (Darwin e darwinisti: equivoci e spropositi), dove si mostra che anche l'autore de "L'origine delle specie" ebbe molto a soffrire per l'incompreso rapporto tra il caso e la necessità da parte del determinismo ottocentesco.

"Le riflessioni sulla teoria di Darwin della evoluzione per selezione naturale potrebbero non avere mai fine, perché, se pressoché infinite sono le inferenze empiriche, le interpretazioni oscillano inevitabilmente tra il caso e la necessità, senza soluzione. I numerosi compromessi che egli ha dovuto fare sia nei confronti del determinismo riduzionistico dell'Ottocento sia nei confronti del determinismo teologico, ereditato dal Settecento, dipendono dalla metafisica contrapposizione tra l'osservazione delle "variazioni casuali" e l'insolubile determinazione della necessità della evoluzione delle specie. Per ogni aspetto indagato, ogni volta si è presentata questa insolubile contrapposizione. Come vedremo, la storia del pensiero biologico aveva sistemato le cose in modo tale da rendere allora impossibile la soluzione".

sabato 24 luglio 2010

Il sassolino levigato

Un pezzo di roccia si stacca da una montagna, frantumandosi in mille frammenti. Dopo milioni di anni, questi si trasformano in sassolini levigati nel letto di un fiume o in una spiaggia. Sono forse la stessa cosa dell'originario pezzo di roccia? Evidentemente no!

Anche una teoria scientifica è come un pezzo di roccia grezzo, informe e pieno di asperità, che si è formato attraverso un groviglio di ipotesi contrastanti. Ma, dopo secoli o anche solo decenni, le teorie scientifiche, depositate nei libri di divulgazione, nei manuali universitari e soprattutto in quelli liceali, hanno subìto una intensa limatura, apparendo sassolini levigati: così, scomparsi gli angoli acuti delle contraddizioni, queste teorie appaiono perfettamente ordinate, precise, pronte solo per essere consultate o memorizzate. Se poi sono errate, come criticarle in questa forma così levigata? Il "sassolino levigato" non fornisce più alcun elemento di riflessione e di critica.

mercoledì 30 giugno 2010

La legge biologica della evoluzione dispendiosa

Il concetto di evoluzione ci permette di riflettere il movimento della materia organica, praticamente ad ogni livello: da quello dei genomi a quello delle cellule, degli organi, degli organismi, delle specie, ecc.; e, sebbene l'evoluzione ad ogni livello abbia i suoi tempi specifici, occorre aver chiaro che non si può comprendere pienamente l'evoluzione delle specie se non si è compresa l'evoluzione dei genomi, delle cellule, degli organi degli organismi che appartengono alle specie stesse. Così, quando si tenta di spiegare l'esplosione evolutiva del Cambriano, la prima cosa da considerare è l' "esplosione evolutiva" della cellula eucariotica. E’ il salto evolutivo dalla cellula procariotica alla cellula eucariotica che ha permesso l'origine e l'evoluzione delle specie. E il primo contrassegno che dobbiamo sottolineare di questa evoluzione è il numero incredibilmente elevato di specie diverse il cui esito è stato l'estinzione.

La storia delle teorie dell'evoluzione, come ogni storia delle diverse concezioni del pensiero, è sterminata: ma non c'è una sola teoria dell'evoluzione che consideri il dispendio delle specie (e degli organismi di ogni specie) come il contrassegno principale, la chiave, per comprendere l'evoluzione della materia organica. Questo aspetto, in genere, è stato e continua ad essere sottovalutato o considerato come un dato di fatto sul quale non valga la pena di indagare.

martedì 29 giugno 2010

L'erroneo predominio del determinismo in biologia

La prima osservazione da fare, passando dalla fisica alla biologia, è che l'oggetto di quest'ultima si riduce quantitativamente a un'inezia, mentre qualitativamente cresce di complessità in maniera incommensurabile. La materia vivente rappresenta, infatti, una percentuale infima della enorme quantità di materia presente nel cosmo, ma, nel contempo, essa rappresenta il risultato più complesso e maturo della evoluzione. Per riflettere scientificamente questa complessità biologica, il pensiero dialettico è ancor più necessario che in fisica.

Darwin è stato l'unico importante teorico della biologia, perché ha concepito dialetticamente l'evoluzione necessaria delle specie, mentre, se non è stato in grado di riflettere la dinamica di questa evoluzione, lasciando nei pasticci i suoi successori, è soltanto perché ha concepito metafisicamente la selezione necessaria dei singoli organismi. Egli non è riuscito a risolvere la dialettica di caso e necessità, perché, pur avendo intuìto il ruolo del caso, non è riuscito a sottrarsi al dominio del pensiero deterministico-riduzionistico, giungendo alla conclusione contraddittoria che, se il caso è osservabile in ogni singola variazione, la selezione naturale opera necessariamente anche sui singoli organismi che variano.


Se il caso è stato il "terribile pasticcio" di Darwin, esso rappresenta oggi la bestia nera dei biologi di tutte le scuole, a tal punto che un biologo come Dawkins ha scritto un volume di 500 pagine, solo perché "dominato dall'idea del caso", e nella speranza di trovare un modo per ammansirlo e "strappargli gli artigli". Ciò che, invece, in questo volume vogliamo dimostrare è che, grazie alla logica dialettica fondata sulla polarità caso-necessità, è possibile affrontare in modo nuovo la biologia generale e in particolare la biologia molecolare, per raggiungere quei risultati scientifici che rimangono inevitabilmente preclusi all'attuale determinismo finalistico, riduzionistico e meccanicistico della teoria del "codice genetico".

Tratto da "Caso e necessità -  l'enigma svelato - Volume terzo  Biologia." (1993-2002) Inedito

mercoledì 23 giugno 2010

Chi ha frainteso Darwin? Tutti e ciascuno a modo suo

Avvertenza

L'autore di questo opuscolo ha dedicato quasi un ventennio allo studio delle scienze della natura e alla teoria della conoscenza per poter risolvere l'annoso problema del caso e della necessità. Studio che si è materializzato in quattro volumi ancora inediti, concernenti la teoria della conoscenza, la fisica, la biologia e la storia umana.

Terminato il lavoro nel 2007, dall'anno successivo l'autore si è limitato a seguire gli sviluppi di queste discipline, continuando i suoi studi e le sue riflessioni, passando dall'una all'altra a seconda delle occasioni del momento.
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