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venerdì 17 gennaio 2020

Abc o Uvz della storia?

In data 08/03/2017, dopo l'uscita del mio post sul Truman show, aspetto. Che cosa aspetto? Un segnale che mi faccia capire se il mio parere sull'argomento della fine del capitalismo, della fine della incontrastata egemonia USA e, infine, dell'inizio della 3° guerra mondiale potesse essere ipotizzato.

Il titolo di questo post mi è servito non solo per alludere... ma anche perché gli scritti che compariranno sotto questo titolo fossero in testa a tutti gli altri. Quello che ho da dire sulla storia è definitivo, ma non può essere pubblicato. L'elezione di Trump conferma un'idea che mi girava per la testa da tempo, e cioè che una politica di superpotenza egemone non potesse lasciare nulla al caso, ma tutto doveva essere affidato a un comitato d'affari per l'egemonia, esperto in economia, tecnologia e scienze della natura, finanza, politica internazionale e guerre... nucleari.

martedì 1 gennaio 2019

Questioni di metodo dell'indagine storica: confronto tra determinismo riduzionistico e dialettica caso-necessità

In "L'Europa, l'Asia e la crisi" (2008), La Barbera, in un passo, combina insieme tre principi: 1) la legge dell'azione e della reazione reciproca di Hegel, ripresa successivamente da Engels, 2) il parallelogramma delle forze e la risultante non voluta di Engels, 3) la combinazione multiforme dei fattori di Cervetto. Questi tre principi vengono dall'autore connessi al principio di Clausewitz della guerra come continuazione della politica con altri mezzi, principio che fu fatto proprio dallo stesso Marx e tramandato dalla scuola marxista.

Il passo è il seguente: "Se la guerra prosegue la politica con altri mezzi, guerra e politica condividono sul piano generale le medesime leggi. Ciò vale in primo luogo per le regolarità della risultante non voluta e del carattere di processo proprio di ogni catena di eventi. L'esito di un confronto non coincide con l'intento di una singola volontà politica, ma scaturisce dal parallelogramma delle forze e dalle pluralità di volontà che si elidono o vi si combinano. Ogni caso politico è una dinamica, dunque muove lungo uno sviluppo che va analizzato nei nessi di una combinazione multiforme di fattori, nella loro azione e reazione reciproca".

Come si vede, il concetto di combinazione multiforme di fattori si aggiunge ai concetti della scuola marxista di derivazione engelsiana e marxiana. Occorre, però, osservare che questa idea di Cervetto si imperniava su fondamenti deterministici (fattore, regolarità) e riduzionistici (singoli eventi). Ma una "combinazione multiforme di fattori" è un ossimoro, perché comprende sia il termine deterministico di "fattore" sia la locuzione aleatoria di "combinazione multiforme".

giovedì 20 dicembre 2018

Una stupidità umana senza fine

Questa stupidità, che sembra vegliare la senescenza del Capitalismo al suo capezzale, riflette perfettamente l'essenza dell'epoca attuale. D'altra parte, soltanto un anonimo, come l'autore di questo blog, poteva permettersi di fare simili lapidarie affermazioni, suffragate dalla principale circostanza dell'epoca attuale: la senescenza del capitalismo sta travolgendo gli attuali rapporti economici, politici e militari dell'imperialismo, socchiudendo cautamente le porte alla vecchia egemonia mondiale dell'Occidente, Gli USA, per aprirle altrettanto cautamente alla nuova egemonia mondiale dell'Oriente, la Cina. Ma in quali condizioni?

Ossia, quale egemonia potrà mai esistere nelle condizioni di un capitalismo senescente e di Stati imperialistici che possono esibire non soltanto capacità egemoniche in campo economico-politico, ma anche e soprattutto, capacità missilistiche in campo militare?

lunedì 26 novembre 2018

La questione demografica nella fase senescente del capitalismo

Nel 2012 giunsi  a delineare i seguenti punti:

1) la specie umana è avviata a raggiungere i 10 miliardi di individui (a meno di qualche catastrofe demografica che renderebbe il discorso assai più penoso).

2) L'esistenza di così grandi numeri di esseri umani non può più essere lasciata al processo naturale del capitale, dominato dalla dialettica caso-necessità foriera di crisi economiche profonde, guerre e rivoluzioni sanguinose (appunto, il discorso penoso!).

3) Al tempo dell'indagine di Marx ed Engels, la specie umana non aveva ancora raggiunto il miliardo di anime e l'autore de Il Capitale si preoccupò, persino, di una regressione demografica prodotta dal degrado delle condizioni di vita del proletariato industriale.

domenica 18 novembre 2018

Riflessioni sul saggio medio del profitto

Nel secondo volume delle "Teorie Sul Plusvalore" Marx, affrontando la rendita fondiaria, ritorna sulla questione del saggio generale del profitto per ribadire che è errato sostenere "che la concorrenza dei capitali determini un saggio medio del profitto livellando i prezzi delle merci ai loro valori. Al contrario essa lo determina trasformando i valori delle merci in prezzi medi nei quali una parte del plusvalore di una merce è trasferita ad un'altra ecc."

Comprendere questo trasferimento del plusvalore non è semplice. Marx precisa: "Il valore di una merce è = alla quantità di lavoro pagato + non pagato [plusvalore], in essa contenuto. Il Prezzo medio di una merce è = alla quantità di lavoro (oggettivato o vivo) pagato in essa contenuto + una quota media di lavoro non pagato che non dipende dal fatto che esso era contenuto o meno nella stessa merce in questa ampiezza o se ne era contenuto più o meno nel valore della merce".

In sostanza, non importa chi ha prodotto e come la sua quota di plusvalore, perché ciò che conta è l'intero serbatorio di plusvalore prodotto nella produzione complessiva capitalistica. Perciò, se confrontiamo la produzione delle merci a basso contenuto di capitale costante (come può essere oggi, ad esempio, il confronto tra la produzione di beni di consumo nei PVS e la produzione di alta tecnologia nei PSA), possiamo dire: nel primo caso è prodotto molto plusvalore, nel secondo poco plusvalore (in relazione al capitale variabile, ossia alla forza lavoro impiegata), quindi le merci avranno, rispettivamente valore maggiore o minore.

giovedì 15 novembre 2018

Caso e necessità nell'analisi della merce

In un'epoca dominata dal determinismo riduzionistico, quale fu il secolo XIX, non poté destare stupore e sconcerto il fatto che Marx non si fosse completamente affidato alla connessione deterministica di causa ed effetto. Chi era abituato alle analisi deterministiche-riduzionistiche della scienza dell'Ottocento non poté evitare il disagio prodotto dal nuovo metodo utilizzato da Marx, che forniva leggi di necessità soltanto nella forma di medie statistiche. Del resto, come abbiamo già osservato, neppure Marx fu completamente consapevole del fatto che il suo metodo di indagine si allontanava decisamente dal determinismo, complice la dialettica hegeliana opportunamente rovesciata in senso materialistico.

Quando Marx inizia la sua indagine affermando*: "La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come "un'immane raccolta di merci" e la merce singola si presenta nella sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l'analisi della merce", non è chiaro che cosa intenda fare, se partire dalla singola merce in senso riduzionistico-deterministico, oppure nel senso hegeliano della merce intesa come genere universale: ciò che noi abbiamo chiamato complesso. Ma, nel momento in cui egli svolge la sua analisi, il suo metodo dialettico prende il sopravvento sul determinismo riduzionistico. E' ciò che appureremo seguendo la sua indagine sul valore della merce.

sabato 10 novembre 2018

L'illusoria soluzione costituzionalista

Nell'"Ideologia tedesca" Marx ha fatto un'affermazione molto netta: "Non c'è storia della politica, del diritto, della scienza ecc. dell'arte, della religione ecc.". Intendeva con ciò chiarire che tutte le attività umane non economiche, che appartengono alla sovrastruttura della società, non hanno una evoluzione indipendente, fondate su se stesse, ma la loro evoluzione dipende, è condizionata, dall'evoluzione dei processi economici. Ma ha anche osservato riguardo ai giuristi, politici, moralisti, religiosi: "ognuno ritiene che il suo mestiere sia quello vero. Sul nesso che unisce il loro mestiere alla realtà, tanto più necessariamente si fanno illusioni perché ciò è già condizionato dalla natura del mestiere stesso". "Il giudice, p.es. applica il codice, e quindi per lui la legislazione è il vero motore attivo". Ciò vale anche per i costituzionalisti e per la storia delle costituzioni, argomento di questo paragrafo.

Gli storici costituzionalisti, i teorici del diritto, ecc. si illudono che il loro mestiere "sia quello vero", perciò ritengono che le costituzioni siano fondate su se stesse, indipendenti dai rapporti economici e dai rapporti politici conseguenti: per loro, è come se gli uomini maturassero il bisogno di creare e di modificare le costituzioni; insomma, come se esistesse un bisogno fondamentale, un'esigenza indipendente di costituzionalismo da sodddisfare.

E' ciò che si ricava dalla lettura di un saggio di Maurizio Fioravanti, "Costituzione" (1999). L'autore, per esempio, immagina, per il periodo dell'assolutismo, uno scontro autosussistente, indipendente e incondizionato, tra assolutismo politico e costituzione mista di origine feudale. Quindi rilevante diventa la trattazione formale e convenzionale del contrasto tra le due diverse forme costituzionali, non già il nesso tra assolutismo e formazione economico sociale che stava evolvendo. Ma la via da seguire è un'altra, anche se uno storico delle costituzioni, come Fiorvanti non vuole prenderla in considerazione: è la dipendenza delle forme politiche e giuriche dall'economia ciò che conta.

venerdì 9 novembre 2018

Introduzione alla Parte Terza della "Dialettica caso-necessità nella storia" (2003-2005)

Lo scopo principale della Terza e ultima parte di questo volume di storia è verificare la dialettica caso-necessità su alcuni dei principali temi trattati da Marx nel Capitale: dal valore di scambio delle merci alla  concorrenza, al saggio medio del profitto e alle classi sociali.

Il principio fondamentale sul quale si basa la concezione scientifica di Marx consiste in ciò, che la specie umana si distingue dalle altre specie viventi principalmente perché produce consapevolmente i propri mezzi di sussistenza. La conseguenza di questo principio è che il prodotto del lavoro umano consiste sin dall'inizio in oggetti d'uso che possono essere tra loro scambiati. E lo scambio trasforma i prodotti del lavoro in merci. La produzione e la circolazione delle merci diventa, quindi, il punto di partenza dell'analisi del Capitale nella produzione semplice delle merci.

Nella prefazione al terzo libro del Capitale, Engels afferma che Marx parte dalla produzione semplice delle merci come premessa storica  del capitale per giungere da questa base al capitale stesso. Il valore delle merci nello scambio, anche a prima vista, appare come qualcosa di casuale, e ciò perché nella produzione semplice delle merci nulla avviene secondo un piano prestabilito, e tutto si svolge spontaneamente senza alcuna consapevolezza da parte dei singoli produttori. Per questo motivo Marx può considerare la produzione e la circolazione semplice delle merci alla stregua di un processo naturale.

domenica 4 novembre 2018

Il liberalismo antidemocratico di Constant

Per approfondire i princìpi del liberalismo classico, prendiamo in considerazione i "Princìpi di Politica" di B. Constant, il quale respinge l'idea di Hobbes, Machiavelli, ecc. che il potere sia fondato soltanto sulla forza, distinguendo la forza, come potere illegittimo, dalla volontà generale, come potere legittimo. Quindi partendo dal princìpio costituzionale moderno afferma: "La nostra attuale Costituzione riconosce formalmente il principio della sovranità popolare, cioè la supremazia della volontà generale su ogni volontà particolare. Questo principio, di fatto, non può essere contestato".

Ma può essere criticato oppure aggiustato. Può essere criticato osservando che esso rappresenta una restrizione rispetto al principio universale dell'interesse del genere umano, ammesso persino da Kant; ma può anche essere aggiustato, ossia ridotto  da una ulteriore restrizione, come fa lo stesso Constant quando, partendo dall'affermazione che "La legge deve essere espressione della volontà di tutti o della volontà di alcuni", stabilisce che "Se si suppone che il potere del piccolo numero è sanzionato dal consenso di tutti, questo potere diviene allora la volontà generale".

Il principio della "sovranità popolare", ossia della "volontà generale", rappresenta ora la necessità collettiva non più come volontà generale della specie umana, ma come volontà particolare di un popolo appartenente a una nazione fra tante; e, a sua volta, questa volontà generale di un singolo popolo può essere ridotta alla "volontà particolare" di un piccolo numero di individui, sanzionata "dal consenso di tutti".

mercoledì 10 ottobre 2018

L'uscita dalla deflazione si chiama guerra?

Partendo dalla "stretta di mano" tra le due Coree il mio pensiero è andato alla questione militare che, a suo tempo, ho delineato come forma di escalation, sintetizzabile nel seguente modo: quelle che per la guerra precedente (la prima guerra mondiale) erano state le armi nuove utilizzate soltanto negli scampoli finali, sarebbero diventate, nella guerra successiva (la seconda guerra mondiale), le armi prevalenti e decisive.

Così, per coerenza, sono arrivato a prendere in considerazione l'arma nucleare come l'arma prevalente di una futura guerra intercontinentale  (la terza guerra mondiale),  il cui effetto potrebbe essere un numero di vittime calcolabile non più in qualche decine di milioni, come nella seconda guerra mondiale, ma in qualche centinaio.

venerdì 17 agosto 2018

Sull'azione umana e la sua valutazione

Su mille cose che pensiamo e facciamo, ma soprattutto che scegliamo di pensare e di fare, solo poche sono rilevanti; le restanti o sono semplicemente effimere e di poca importanza o sono spazzatura. Se ciò vale per i singoli individui in maniera pressoché assoluta, riguardo alla società, alle varie organizzazioni, ai partiti, partitini, conventicole, ecc. vale in una misura relativa ma non certo trascurabile. Ad esempio, quante singole azioni politiche hanno un valore duraturo? Quante sono semplici ripetizioni al solo scopo di mantenere un'organizzazione, persino quando questa produce risultati nulli o ininfluenti come sarebbero se non esistesse?

Questo attivismo senza conseguenze riguarda molte sfere dell'azione umana singola e complessiva, ovvero, dell'azione di singoli e di organizzazioni. Nessuno sembra, però, rendersi conto della difficoltà dell'azione foriera di risultati favorevoli, voluti, ossia necessari, e della facilità dell'azione che produce risultati non voluti, ossia casuali. Anzi, nessuno sembra sapere che il risultato necessario (positivo o negativo rispetto ai fini voluti) è spesso conseguenza non voluta del rovesciamento di grandi numeri di eventi casuali e che, quindi, il risultato necessario che s'impone alla fine, il più delle volte, è un "risultato non voluto", ossia una cieca necessità sulla base di grandi numeri di singoli eventi casuali.

sabato 9 dicembre 2017

3) L'incompresa necessità statistica del saggio medio del profitto

Lo scopo di questi capitoli dedicati al Capitale di Marx non è certo quello di compiere un'analisi approfondita del testo, che rappresenta una miniera inesauribile di analisi economico politica, sociale e storica. Lo scopo è molto più circoscritto: si tratta di verificare l'applicazione della dialettica caso-necessità ad alcuni temi fondamentali trattati da Marx. Per la realizzazione di questo obiettivo occorre, però, pagare uno scotto a una oggettiva difficoltà: ogni passo del Capitale rappresenta soltanto un momento di una concatenazione di nessi quasi senza fine. Dovendo, comunque, fare delle citazioni, s'impone la necessità di sacrificare la parte più analitica per privilegiare i passi più sintetici, nei quali sono riassunti e sintetizzati i risultati più interessanti per il nostro scopo.

In questo e nei prossimi paragrafi tratteremo a fondo il saggio medio del profitto, soluzione statistica del saggio generale del profitto, elaborato da Marx nel terzo libro del Capitale, e riveduto e corretto da Engels. Per il nostro scopo dobbiamo necessariamente partire dal saggio del plusvalore e dal valore delle merci prodotte. Come abbiamo già osservato, e avremo ancora modo di osservare, Marx era solito iniziare la sua analisi secondo il metodo dominante nell'Ottocento, ossia in senso riduzionistico. Ad esempio, egli scrive: "Il valore di ogni merce M prodotta capitalisticamente si esprime con la formula M=c+v+pv [dove M indica il valore della merce, c il capitale costante, v il capitale variabile e pv il plusvalore]. Se da questo valore del prodotto si sottrae il plusvalore pv, rimane un puro equivalente ovvero un valore di merce sostitutiva del valore capitale c+v, speso negli elementi della produzione".

Se il punto di partenza è riduzionistico, il punto d'arrivo è, però, statistico: il valore di "una merce" è in realtà il valore della merce complessiva, di cui la singola merce, prodotta dal singolo capitalista, rappresenta soltanto un'aliquota.

mercoledì 6 dicembre 2017

2) Il caso e la necessità nel processo di scambio delle merci

Sullo scambio delle merci, Marx osserva: "In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio è completamente casuale. Sono scambiabili per l'atto di volontà dei loro possessori di alienarsele reciprocamente. Intanto, il bisogno di oggetti d'uso altrui si consolida a poco a poco. La continua ripetizione dello scambio fa di quest'ultimo un processo sociale regolare". "Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione fra l'utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio. D'altra parte il rapporto quantitativo diventa dipendente dalla produzione. L'abitudine le fissa come grandezze di valore".

Inizialmente "L'articolo di scambio non riceve dunque ancora una forma di valore indipendente dal suo proprio valore d'uso o dal bisogno individuale di coloro che compiono lo scambio. La necessità di questa forma si sviluppa col crescere del numero e della varietà delle merci che entrano nel processo reale". La necessità deriva quindi dai grandi numeri: il crescere del numero e della varietà delle merci che entrano nel processo di scambio, crescita che dipende dai singoli scambi casuali, rovescia il caso singolo nella necessità complessiva di un processo sociale regolare.

sabato 2 dicembre 2017

1) Il carattere feticcio della merce e il suo arcano

Dice Marx che la merce sembra, a prima vista una cosa ovvia e persino triviale, ma dalla "sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici". Quindi, si chiede: "Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume la forma di merce?" E risponde: "Evidentemente, proprio da tale forma". Per gli scopi della nostra indagine è fondamentale tornare alla distinzione che Marx opera tra i "lavori privati" e il "lavoro sociale complessivo", Egli dice che: "Gli oggetti d'uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l'uno dall'altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo".

E' solo se si concepisce questa distinzione qualitativa che si può comprendere la differenza che passa tra la necessità e il caso, ossia tra ciò che può essere definito nella legge scientifica e ciò che non può esserlo. I singoli lavori privati appartengono alla sfera del caso, mentre il complesso di tali lavori, ossia il lavoro sociale complessivo, appartiene alla sfera della necessità. I lavori privati -scrive Marx- producono oggetti utili, valori d'uso e "solo all'interno dello scambio reciproco i prodotti del lavoro ricevono un'oggettività di valore socialmente uguale, separata dalla loro oggettività d'uso materialmente differente. Questa scissione del lavoro in cose utili e cose di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione ed importanza sufficienti affinché cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinché nella stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose".

E così le merci seguono, per così dire, la sorte loro derivata dalla differente considerazione del lavoro che le ha prodotte; quindi, anche le merci vanno considerate dal duplice punto di vista delle singole cose utili (prodotte dai lavori privatti) e del complesso delle cose di valore (prodotte dal lavoro sociale complessivo): le prime, tra loro materialmente differenti, le seconde, tra loro socialmente uguali. Possiamo, perciò, considerare le cose utili come appartenenti alla sfera del caso e le cose di valore come appartenenti alla sfera della necessità.

domenica 19 novembre 2017

La cieca necessità delle classi sociali: un capitolo non terminato di Marx

Nell'ultimo capitolo del primo volume del CAPITALE, il 52°, intitolato "Le classi", interrotto dopo due sole pagine, Marx si pone "la domanda a cui si deve rispondere" per la definizione delle classi sociali. La domanda è la seguente: "Che cosa costituisce una classe? E la risposta risulterà automaticamente da quella data all'altra domanda: che cosa fa sì che gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari formino le tre grandi classi sociali?" Marx non si pone il problema di determinare il singolo individuo, ma di trovare i contrassegni necessari che distinguevano le tre grandi classi sociali della società capitalistica del suo tempo.

"A prima vista -egli scrive- può sembrare che ciò sia dovuto all'identità dei loro redditi e delle loro fonti di reddito. Sono tre grandi gruppi sociali, i cui componenti, gli individui che li formano, vivono rispettivamente di salario, di profitto e di rendita fondiaria.

Tuttavia, da questo punto di vista, anche i medici, ad es., e  gli impiegati  verrebbero a formare due classi, poiché essi appartengono a due distinti gruppi sociali, e i redditi dei membri di ognuno di questi gruppi affluiscono da una stessa fonte. Lo stesso varrebbe per l'infinito frazionamento di interessi e posizioni, creato dalla divisione sociale del lavoro fra gli operai, i capitalisti e i proprietari fondiari. Questi ultimi, ad es., divisi in possessori di vigneti, in possessori di terreni arativi, di foreste, di miniere, di riserva di pesca".

La penna di Marx non è andata oltre quest'ultima obiezione, e la scuola marxista è sembrata impuntarsi su questo scoglio: ossia, sull'impossibilità di distinguere le classi sociali secondo l'identità del loro redditi, senza però riuscire a comprendere la ragione dell'interruzione del manoscritto. Ciò che Marx vede immediatamente è che, se consideriamo i redditi, le classi si sbriciolano in una infinità di gruppi sociali; ovvero la necessità si rovescia in casualità. "L'infinito frazionamento di interessi e posizioni" è, perciò, sotto il dominio del caso.

mercoledì 15 novembre 2017

L'incomprensione di Lenin sul caso e sulla necessità

La preoccupazione di Lenin sulla possibilità che l'agnosticismo potesse aprire la porta al fideismo nella scienza era paradossale, perché il fideismo era già di casa nelle scienze della natura. Come abbiamo dimostrato in altra sede, la scienza moderna è sorta dalla teologia, ereditandone metodi e concetti, tra i quali il principio di causalità, il riduzionismo e il finalismo. Quindi, non c'era alcun pericolo di aprire la porta al fideismo, ma solo perché dentro la scienza dominava il fideismo peggiore, in quanto non riconosciuto neppure dai materialisti dialettici: ossia la fede nel determinismo riduzionistico.

Del resto, quanto fosse difficile riconoscere il "fideismo" nel determinismo delle scienze naturali dell'Ottocento, lo testimonia l'atteggiamento manifestato dai maestri della dialettica: Hegel, Feuerbach, Marx ed Engels. Lenin se ne rese conto: basta ricordare il suo rammarico per il fatto che Hegel avesse dedicato così poco spazio al principio di causalità e per il fatto che Marx non avesse scritto una nuova logica. E, riguardo all'Anthiduring di Engels, Lenin ammette con rammarico che egli "non ebbe occasione, se non erro, di contrapporre, in modo speciale, sulla questione della causalità, il suo punto di vista materialistico alle altre tendenze".

mercoledì 8 novembre 2017

A proposito dell'Unità d'Italia: il metodo cavouriano e il metodo garibaldino" 6)*

"La politica italiana, dall'unità ad oggi, è stata contrassegnata da due metodi opposti che derivano dai due principali artefici dell'unificazione, Cavour e Garibaldi.

1) Come capo incontrastato del parlamento piemontese, Cavour sa come cogliere tutte le opportunità, comprendere tutte le sfumature, aggirare gli ostacoli, utilizzare l'intrigo e la corruzione pur di raggiungere i risultati voluti. Ma quando gli avvenimenti prendono la forma di azione militare e rivoluzionaria, perde il controllo della situazione e dei suoi nervi. Il suo metodo non lo sostiene più ed egli comincia ad agitarsi fino al parossismo. Con Cavour l'arte politica del compromesso e dell'intrigo, spinta all'estremo dell'azione militare, si rovescia nell'invettiva più appassionata e nel rifiuto inflessibile del compromesso.

Così, quando Napoleone manifesta la sua volontà di chiudere rapidamente la guerra contro gli austriaci, con l'approvazione e il benestare del re Vittorio Emanuele, Cavour si oppone fino a mettere a repentaglio la propria posizione e carriera politica. Nel momento in cui l'azione militare porta alcuni frutti, ma non quelli sperati nell'immediato, Cavour perde la qualità politica che lo contraddistingueva: l'arte del compromesso, l'arte della paziente tessitura, ed "eroicamente", si potrebbe dire "alla garibaldina", mette a repentaglio se stesso.

lunedì 6 novembre 2017

La moderna forma usuraia: il capitale finanziario 5)*

"Studiando il ruolo dell'usura nell'antichità e nel Medioevo e la sua sostituzione, nell'era moderna, con il capitale finanziario "produttivo" d'interesse, si può ipotizzare che quest'ultimo altro non sia che la moderna forma usuraia, la quale, come l'antica usura, deborda dai limiti della sua dipendenza dalla produzione e da serva ne diventa padrona. Può il capitale finanziario essere considerato come quel fattore che alla fine disgregherà il modo capitalistico di produzione? Una serie di fatti indicherebbe che il capitale finanziario crea parecchi scompensi e squilibri, accentuando l'imputridimento e la decadenza dell'attuale epoca imperialistica.

In questa ipotesi il capitale finanziario potrebbe apparire, come capitale usuraio, di dimensioni tali da creare effetti sconvolgenti. Del resto esso è figlio del capitale produttivo d'interesse che, a sua volta, è figlio dell'antica usura. Abbiamo qui un esempio di dialettica della negazione della negazione: usura = affermazione. Negazione dell'usura = capitale produttivo d'interesse. Negazione della negazione = capitale finanziario.

Studiando l'antichità, Marx ed Engels attribuirono al lavoro schiavistico l'assenza del capitale industriale; il quale non può esistere senza il lavoro salariato (creazione del plusvalore nella forma di pluslavoro). Nell'antichità esiste, invece, il commercio e l'usura. I valori d'uso prodotti vengono trasformati in merce soltanto grazie al commercio che, a sua volta, è permesso dalla moneta e, sulla base della circolazione delle merci e della moneta, s'impone l'usura. In questo senso anche nell'antichità si può trovare sia il capitale commerciale che il capitale monetario.

sabato 4 novembre 2017

Il determinismo assoluto di Marco Aurelio Antonino 4)*

"Significativa la concezione deterministica di Marco Aurelio Antonino, che, nei suoi "Ricordi", si manifesta nella forma di una angosciosa preoccupazione di determinare la propria esistenza individuale come necessità assoluta: così il senso del dovere, la bontà, lo scrupolo eccessivo nell'evitare errori personali, ecc. devono per lui poggiare su un fondamento certo e necessario. Egli non accetta, quindi, la contraddizione esistente tra la necessità della sua esistenza complessiva di imperatore e il caso relativo alla propria esistenza individuale.

Per Antonino "Ogni cosa è profondamente intrecciata con le altre; sacro è il filo che tiene legate le cose. Nessuna, certamente, può dirsi estranea a un'altra". Il caso individuale viene, in questo modo, respinto e sostituito dalla connessione causale di tutte le cose, che egli attribuisce alla Provvidenza divina. "Del resto -scrive- a un bove nulla può accadere che non sia bovino; a una vigna nulla che non appartenga all'ordine delle viti; né a una pietra cosa estranea all'ordine petrigno".

giovedì 2 novembre 2017

Sulla schiavitù nell'antichità 3)*

"Bestia nera degli storici, da sempre, la concezione di Marx e di Engels è ormai trattata solo di sfuggita e in maniera del tutto inadeguata. Un esempio recente di come si possa evitare di fare i conti con le tesi del marxismo ci è dato da Finley nel suo scritto dal titolo "La civiltà greca si fondava sul lavoro degli schiavi?"** L'autore si limita a citare in maniera parziale alcune osservazioni di Marx sull'argomento, dimenticando completamente le "Origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato", dove Engels sviluppò ampiamente la questione della schiavitù nell'antichità.

Finley è abbastanza ingenuo da confessare i dispiaceri che uno storico agnostico come lui può patire a causa della concezione di Marx, affermando di non poter asserire che la schiavitù era un elemento fondamentale della civiltà greca, ma solo per la seguente ragione: se potesse liberarsi del dispotismo della storia partigiana, se potesse rimanere neutrale, affermerebbe che Atene si fondava sul lavoro schiavistico, ma non può farlo perché il concetto di "fondamento" è un concetto marxista!?
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