giovedì 11 maggio 2017

La nascita del liberalismo borghese

Dopo due rivoluzioni borghesi della fine del Settecento e la controrivoluzione di inizio Ottocento, che restaurò le monarchie assolute nell'Europa continentale, iniziò, nel vecchio e nel nuovo mondo, l'epoca del liberalismo borghese. Scrive Cerroni: "Le indagini [del liberalismo] convergono sulla elaborazione teorica dei rapporti fra individuo e Stato e delle connesse libertà civili e politiche, nonché dei mezzi tecnici atti a "garantire" l'individuo contro l'arbitrio del potere e di un sistema di freni e di contrappesi capaci di limitare e regolare l'attività dello Stato".

Con il liberalismo, l'individuo diviene protagonista apparentemente necessario. Il reale arbìtrio, caratteristico dell'individuo chiuso in se stesso, nel proprio egoismo, soggetto ai capricci del caso, si oppone all'arbitrio del potere statale, che in realtà è assai meno arbitrario perché rappresenta pur sempre la necessità della comunità politica, per quanto ristretta essa sia.

Cominciamo ad esaminare le pretese del liberalismo, partendo da uno dei massimi teorici di questa dottrina, W. von Humboldt (1767-1835), prussiano di Postdam, ambasciatore a Parigi al momento dello scoppio della rivoluzione francese. Scrive Cerroni: "Humboldt mette in luce il primato individualistico nel modo moderno in forza del quale vita privata e vita pubblica divergono e la libertà della vita privata cresce a misura che diminuisce la libertà pubblica".

La presenza dello Stato è un "male necessario che non deve impedire il libero dinamismo della "energia" individuale. Lo Stato deve essere "liberato da ogni cura per il bene positivo dei cittadini"." Esso deve assicurare soltanto la sicurezza interna ed esterna. L'uomo, inteso come individuo, vive così una doppia esistenza, ma non deve essere sacrificato al cittadino.

Cerroni continua: "L'ordinamento dello Stato, su cui si accentua ormai l'interesse teorico [di Humboldt] si prospetta perciò come un sistema di garanzie costituzionali che deve principalmente comprendere "1) la sicurezza personale dell'individuo, derivante dal principio di legalità; 2) la sicurezza della proprietà; 3) la libertà di coscienza: la libertà di stampa"."

Un altro teorico del liberalismo è Benjamin Constant (1767-1830). Come vedremo con Constant, il liberalismo si dichiara per quello che realmente è: l'esigenza politica della classe dei proprietari capitalisti di poter sfruttare, senza alcun limite politico e giuridico, la forza lavoro salariata, e di poter portare avanti liberamente i propri affari.

Con Alexy de Tocqueville (1805-1859), il liberalismo scopre un avversario nel suo stesso seno: questo avversario è la "tirannia della maggioranza". Tocqueville fa questa dichiarazione apparentemente contraddittoria: "Considero empia e detestabile la massima che in politica la maggioranza di un popolo ha il diritto di fare tutto; e tuttavia ritengo che l'origine del potere sia da porre nella volontà della maggioranza. V'è forse una contraddizione fra queste due proposizioni?"

Egli crede di risolvere la contraddizione appellandosi a un preteso principio universale del genere umano: "la giustizia", e dichiarando: "Questo è l'autentico limite dei diritti di un popolo". Per poter giustificare questo "autentico limite", Tocqueville deve immaginare il contrasto tra la legittima "istanza libertaria" e una pretesa "istanza egualitaria".

In parole povere, il primato della libertà deve assicurare che "l'uguaglianza non conduca alla schiavitù (!) di un nuovo dispotismo politico e di un universale livellamento". La "giustizia" ha, dunque, il significato, qui, di salvaguardare la proprietà privata e la differenza tra proprietari e nullatenenti, senza la quale si avrebbe la schiavitù del "livellamento"!

Ma, di fronte alla persistenza di eccessive differenze economiche e sociali, Tocqueville si vede costretto a correggere il principio della "giustizia" borghese, affermando che il vantaggio della democrazia "non è, come è stato detto a volte, di favorire la prosperità di tutti, ma semplicemente di servire al benessere dei più". Affermare questo per una società in cui il benessere apparteneva soltanto a una stretta minoranza di proprietari, era come affermare la necessità del benessere della maggioranza. Contraddizione insolubile.

Non è un caso che nel 1848, nel periodo dei moti rivoluzionari che scossero l'intera Europa, Tocqueville arrivi a domandarsi sconsolato: rimanendo la proprietà l'unico ostacolo principale all'uguaglianza, "non era del tutto ovvio, non dico che la si abolisse, ma che il pensiero di sopprimerla si presentase alla mente di coloro che non governano?" *

Di fronte alla crescita dei movimenti operai, che ebbero come conseguenza il risultato di mettere nello sfondo l'individuo e di portare alla superficie la vera protagonista della storia, la classe sociale, fu necessario apportare delle modifiche al liberalismo. E John Stuart Mill (1806-1873), uno degli ultimi rappresentanti della tradizione liberista-empirista inglese, rappresenta il principale innovatore.

Il suo punto di partenza è "individualismo uguale sviluppo", ma è nata una nuova forza che si chiama "opinione pubblica". Perciò mette in guardia dallo sviluppo di "un complesso di forze così potentemente ostili all'individualismo, che non è facile prevedere come esso potrà uscirne". Anche Stuart Mill, pur ammettendo la necessità della democrazia, ne ha paura. Egli la teme come potere della maggioranza, così arriva a sostenere che "ci dovrebbe essere in ogni costituzione un centro di resistenza contro il potere predominante e, di conseguenza, in una costituzione democratica, un mezzo di resistenza alla democrazia".

Nei timori di Tocqueville e di Stuart Mill si rifletteva la reale contraddizione del potere della maggioranza in democrazia: e cioè che la maggioranza è costituita da nullatenenti. Non per nulla il liberalismo ostacolò per lungo tempo il suffragio universale e, come sottolinearono Marx ed Engels, si trattò sempre di un liberalismo fondato sul censo. Perciò la combinazione liberalismo e democrazia è sorta con una intrinseca contraddizione.

Quanto sia stata contraddittoria la libertà democratica lo attesta la duplice, opposta, preoccupazione di Stuart Mill nei confronti 1) del pericolo di una legislazione di classe, 2) del pericolo del "dispotismo" delle masse. Riguardo a  1) "Dunque uno dei più grandi pericoli della democrazia, come di tutte le altre forme di governo, consiste negli interessi "sinistri" di coloro che posseggono il potere: questo pericolo è quello di una legislazione di classe, di un governo che ricerca (...) il profitto immediato della classe dominante a detrimento della massa". Riguardo a 2) si limita soltanto a sottolineare un pericolo ancora maggiore per un benestante: il dispotismo delle masse. Ma, ormai, l'individualismo tipico del liberalismo era pronto a uscire di scena: il palco sarebbe stato occupato dalle masse, o meglio, dal proletariato.

* Questi moti rappresentarono per il liberalismo un chiaro monito: l'individuo si assoggettava a ideali comunitari, sacrificando il suo gretto egoismo, alzando la bandiera della democrazia e dell'egualitarismo. 

Tratto da "La dialettica caso-necessità nella storia" (2003-2005)

                                                                                                                                         

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...