domenica 14 maggio 2017

Engels sulla questione del saggio medio del profitto e del determinismo

Engels ha affrontato la difficile questione del saggio medio del profitto nella Prefazione e nelle Considerazioni supplementari al 3° libro del Capitale, prendendo lo spunto dalla critica del professor W. Lexis al 2° libro. Per Lexis -dice Engels- la soluzione della contraddizione tra la legge del valore di Ricardo-Marx e l'uniformità del saggio medio del profitto "è impossibile, se le varie specie di merci vengono considerate isolatamente e il loro valore viene posto uguale al loro valore di scambio e questo a sua volta uguale o proporzionale al prezzo". "A suo parere la soluzione è possibile soltanto alle seguenti condizioni: "che per le singole specie di merci si rinunci ad assumere a misura del valore il lavoro, che la produzione delle merci venga intesa nel suo complesso, e la sua distribuzione considerata per le classi dei capitalisti e degli operai nel loro complesso..."."

"Come si vede la questione qui è ben lungi dall'essere risolta -commenta Engels-, ma nel complesso è posta correttamente..." E non è un caso, visto che "In realtà la teoria di Lexis non è che una trascrizione di quella marxistica". Qui "non abbiamo a che fare con uno dei soliti economisti volgari che, come egli stesso ricorda, a parere di Marx "sono nella migliore delle ipotesi soltanto degli imbecilli senza speranza", ma con un marxista travestito da economista volgare".

Sebbene Lexis non arrivi a risolvere la questione del saggio medio del profitto, la sua impostazione è corretta, come riconosce Engels: infatti, non si può attribuire alle singole specie di merci ciò che appartiene al complesso delle merci: ossia che il lavoro è la misura del valore, ecc. Quando, però, Engels passa a considerare le critiche dei marxisti deterministi, le cose cambiano: nessuno di essi riesce ad essere corretto. Così Conrad Schmidt "cerca di far concordare i particolari della formazione del prezzo di mercato sia con la legge del valore che con il saggio medio del profitto". Il risultato trovato da Schmidt è che il "saggio medio del profitto si forma nonostante che" "i prezzi medi delle singole merci si determinano secondo la legge del valore". Engels giudica la costruzione  di Schmidt assai ingegnosa e conforme al metodo hegeliano, "però ha in comune con la maggior parte delle costruzioni hegeliane di non essere esatta".

Un altro autore marxista, citato da Engels, è P. Fireman, che arriva a sostenere: "Premesso tale sistema di produzione, per ogni singolo capitalista la massa del profitto dipende, essendo dato il saggio del profitto, dal volume del capitale". Se così fosse, avremmo una determinazione esatta del profitto intascato dal singolo capitalista, ma nella realtà ciò non avviene. Dunque, le contraddizioni da risolvere sono  due: la prima, che Engels formula con la seguente domanda: "come avviene la trasformazione del plusvalore, il cui volume è in rapporto al capitale impiegato?"; la seconda, che ciascun capitalista dovrebbe pretendere una quota di profitto proporzionale al capitale impiegato. La seconda contraddizione deriva dalla prima.

Scrive Fireman (citato da Engels): "In tutti i rami di produzione il cui rapporto tra... capitale costante e capitale veriabile è massimo, le merci sono vendute al di sopra del loro valore, mentre in quei rami di produzione il cui rapporto tra capitale costante e capitale variabile, ossia c:v, tocca una data grandezza media, le merci vengono vendute al loro vero valore... Una tale divergenza di singoli prezzi dai loro rispettivi valori costituisce una contraddizione con il principio di valore? Niente affatto. Giacché, per il fatto che i prezzi di alcune merci superano il loro valore  esattamente  di tanto quanto i prezzi di altre merci scendono al di sotto, la somma totale dei prezzi rimane uguale alla somma complessiva dei valori... e, in ultima istanza, la divergenza scompare". La divergenza sarebbe così "un fatto perturbatore"; "nelle scienze esatte un fatto perturbatore calcolabile non è mai considerato tale che possa infirmare la legge".

Engels dice che "effettivamente Fireman ha in tal modo messo il dito sul punto decisivo". Il fatto è che l'appello al fatto perturbatore è un ragionamento da determinista, che viene utilizzato quando il caso ostacola la pretesa connessione di causa-effetto. La vera difficoltà prodotta dal "saggio medio del profitto" di Marx fu una difficoltà di comprensione da parte del pensiero deterministico dell'Ottocento. Anche ammettendo che Engels avesse chiarito che la soluzione statistica avrebbe poi dovuto, necessariamente, sostituire la spiegazione deterministica, si sarebbe poi trovato nella imbarazzante situazione di dover fronteggiare da solo non soltanto il determinismo borghese, ma anche il determinismo dei marxisti, e nel momento in cui la teoria di Marx veniva attaccata da tutte le parti.  

Perciò non è un caso che Engels sia costretto ad ammettere: "Più di uno si aspettava  un vero miracolo e rimase deluso perché in luogo dell'attesa magìa si trova di fronte a una mediazione semplice e razionale, prosaicamente sensata, del contrasto". L'atteso miracolo, l'attesa magìa erano in sostanza l'attesa della spiegazione deterministica, la mediazione semplice e razionale era in realtà il frutto di una nuova impostazione difficile da digerire: la legge statistica. Se la prima avrebbe dovuto garantire la certezza del saggio del profitto in senso deterministico riduzionistico, ossia per il singolo capitalista, la seconda garantiva il saggio medio del profitto soltanto nel complesso per l'intera classe dei capitalisti.

E così Engels ha dovuto affrontare la delusione dei marxisti con molte cautele, nelle sue "Considerazioni supplementari". Dapprima prendendo in considerazione un economista felicemente deluso: "Il più felice  di questi delusi è naturalmente il ben noto illustre Loria. Egli ha finalmente trovato il punto di appoggio archimedeo dal quale  persino uno gnomo del suo calibro può sollevare e frantumare la compatta e gigantesca costruzione di Marx. Forse che, egli grida indignato, questa sarebbe la soluzione? Questa è pura mistificazione! Gli economisti, quando parlano di valore, parlano del valore che si stabilisce realmente nello scambio". "Del valore a cui le merci non si vendono, né possono vendersi mai, nessun economista che abbia fior di senno si è occupato e mai vorrà occuparsi... Coll'asserire che il valore a cui le merci non si vendono mai è proporzionale al lavoro in esso contenuto, che cosa egli ha fatto se non ripetere sotto forma invertita la tesi degli economisti ortodossi, che il valore a cui le merci si vendono realmente non è mai proporzionale al lavoro in esse impiegate? ... Ne punto vale a salvarla l'osservazione di Marx, che il prezzo totale delle merci coincide pur sempre, nonostante le divergenze dei prezzi dai valori singoli, col loro valore totale, ossia con la quantità di lavoro contenuto nella totalità delle merci stesse. Imperocché essendo il valore null'altro che il rapporto di scambio fra una merce e un'altra, il concetto stesso di un valore totale è un assurdo, un nonsenso... una contradictio in adjecto"."

Con quest'ultima argomentazione logica riduzionistica, Loria ha avuto buon gioco, ma soltanto contro i marxisti deterministi-riduzionisti, perché ponendosi sul loro terreno ha potuto giustificare il suo rifiuto della soluzione di Marx. La sua critica, perciò, può essere smontata soltanto affermando che il valore, come conseguenza del lavoro sociale medio, può valere solo per il complesso delle merci, non per le singole merci. Anche se Marx, nella sua indagine, è partito dai singoli scambi di merci, ogni volta ha mostrato che, a livello di questi singoli scambi, vale il caso, mentre la legge di necessità s'impone solo per il complesso degli scambi.

Sebbene Marx non abbia definito logicamente la differenza polare, qualitativa, esistente tra la necessità del complesso e la casualità dei singoli elementi, la sua soluzione presuppone, ed è comprensibile soltanto sulla base di questa distinzione. Ora, una cosa è scoprire una legge dialettica, un'altra è trarne tutte le conseguenze, soprattutto se fra queste irrompe prepotentemente il ruolo del caso al livello delle singole parti del tutto, le quali rappresentano l'oggetto di studio preferito dal riduzionismo deterministico.

Abbiamo già affrontato questo aspetto nel primo volume di Teoria della conoscenza, qui possiamo soltanto ribadire che l'analisi scientifica dei due più grandi scienziati dell'Ottocento, Darwin e Marx, ha fatto emergere il ruolo del caso in rapporto alla necessità, ma i tempi non erano ancora maturi per una chiarificazione logica definitiva. Il  metodo empirico di Darwin, per sua stessa ammissione, digiuno di conoscenza teorico filosofica, non fu sufficiente a stabilire un qualsiasi nesso logico tra il caso e la necessità, perciò egli rimase sconvolto dal "terribile pasticcio" prodotto dal caso. Al contrario, Marx padroneggiava il metodo dialettico, sapeva ragionare con i concetti polari, ma arrivare fino a fondare la sua "gigantesca costruzione" sulla cieca dialettica di caso e necessità non poteva essere, nell'Ottocento, secolo dominato dal determinismo riduzionistico, una faccenda da prendere alla leggera e, forse, neppure pensabile. Non è un caso che Marx non si sia dedicato a sviluppare la logica dialettica e che Engels solo in tarda età sia riuscito a intuire il nesso dialettico tra il caso e la necessità (nella "Dialettica della natura").

Per tutti questi motivi, anche Engels si trovò in difficoltà con Loria e, pur polemizzando duramente con lui, non poté liquidarlo dichiarando semplicemente che era stolto pretendere di determinare i singoli scambi tra le merci; e non poteva farlo perchè avrebbe dovuto sbarazzarsi del determinismo riduzionistico. Così Engels si appoggia a Schmidt: "Anche Schmidt ha le sue riserve formali a proposito della legge del valore. Egli la chiama una ipotesi scientifica fatta per spiegare il processo di scambio reale, ipotesi che, come punto di partenza teorico necessario, luminoso, inevitabile, ha dimostrato la sua validità anche per i prezzi di concorrenza, fenomeni che in apparenza sembrano esserne la contraddizione assoluta; senza la legge del valore, secondo il suo punto di vista, cade anche ogni conoscenza teorica del meccanismo (sic!) economico della realtà capitalistica".

Come si vede, per Schmidt, il modo di produzione capitalistico è un meccanismo; ma la concezione meccanicistica presuppone una scienza deterministica riduzionistica. E se questa non funziona, si possono concedere ipotesi che abbiano soltanto il valore di utili finzioni. "In una lettera privata che mi ha permesso di citare, -scrive Engels- Schmidt definisce la legge del valore, nella forma della produzione capitalistica, addirittura una finzione, anche se teoricamente necessaria. -Questa concezione, secondo il mio punto di vista, non è affatto  esatta. La legge del valore ha per la produzione capitalistica una importanza maggiore e ben più precisa di quella di una semplice ipotesi, senza parlare poi di una finzione sia pur necessaria".

Giustamente Engels respinge la "finzione utile" come necessità teorica, ma non può cogliere il punto fondamentale e cioè che essa è precisamente l'espediente mediante il quale il determinismo riduzionistico ha tentato di evitare il fallimento della ricerca di leggi scientifiche fondate su singole connessioni di causa ed effetto. Perciò egli si limita a osservare che "Sombart e Schmidt -l'illustre Loria mi è servito qui solo come un esemplare divertente di economista volgare- non tengono abbastanza in considerazione che non si tratta qui solo di un processo logico, ma di un processo storico e del suo riflesso interpretativo nel pensiero, la ricerca logica dei suoi nessi interni".

Se l'ipotesi-finzione è un puro processo logico, così come tutti i tentativi di spiegazione convenzionali, mentre la legge del valore e la legge del saggio medio del profitto rappresentano il risultato del "riflesso interpretativo" del processo storico capitalistico, si tratta poi di chiarire in che cosa consista "la ricerca logica dei suoi nessi interni". Ciò che è mancato è proprio questo chiarimento. Engels dice che "il passo decisivo si trova in Marx, III volume, pag 200: "Tutta la difficoltà consiste nel fatto che le merci non vengono scambiate semplicemente come merci, ma come prodotti di capitali, che in proporzione alla loro grandezza, o a parità di grandezza, pretendono una uguale partecipazione alla massa complessiva del plusvalore"."

Occorre qui osservare che la difficoltà ammessa da Marx fa diretto riferimento alla pretesa dei singoli capitali di partecipare al plusvalore in proporzione alla propria grandezza; così, anche le singole merci, per così dire, pretendono d'essere scambiate come prodotti di capitali. Entrambe le pretese hanno, però, come protagonisti singoli capitalisti e singoli pacchetti di merci. Perciò Marx qui si preoccupa di una difficoltà del pensiero riduzionistico, o meglio della difficoltà di far coesistere il metodo statistico con il metodo riduzionistico. Ma l'elaborazione teorica di Marx non era sufficiente a stabilire l'incompatibilità tra i due metodi. Per uscire dagli impicci, Engels ha pensato di risolvere la questione considerando l'intera faccenda in senso storico, relativamente al livello di sviluppo capitalistico, seguendo l'indagine di Marx. Per i nostri scopi ci limiteremo a un breve cenno.

Scrive Marx: "Lo scambio delle merci ai loro valori, o approssimativamente ai loro valori, richiede dunque un grado di sviluppo assai inferiore che non lo scambio ai prezzi di produzione, per il quale è necessario un determinato livello di sviluppo capitalistico... Anche astraendo dall'azione decisiva della legge del valore sui prezzi e sul movimento dei prezzi, è dunque conforme alla realtà considerare i valori delle merci non solo dal punto di vista teorico, ma anche storico, come il prius dei prezzi di produzione".

Assumendosi il compito di dimostrare, dal punto di vista storico, la validità della legge del valore, Engels compie una sintesi dello sviluppo storico della produzione e dello scambio delle merci, provando che "la legge del valore di Marx ha  dunque una validità economica generale per un periodo di tempo che va dall'inizio dello scambio che trasforma i prodotti in merci, fino al XV secolo della nostra era". In questo modo corregge Schmidt, ma non era questa la difficoltà principale da risolvere.

Ci spiegheremo con un esempio tratto dalla ricostruzione storica di Engels: lo scambio tra il contadino e l'artigiano in epoca medioevale., Secondo Engels: "Il tempo di lavoro speso" nei prodotti del contadino e dell'artigiano "non era solamente l'unica misura adatta alla determinazione quantitativa delle grandezze da scambiare: era assolutamente l'unica possibile"; e ciò perché il contadino conosceva abbastanza il tempo di lavoro richiesto per la fabbricazione degli oggetti che acquistava con lo scambio".

Ora, questa spiegazione non distingue tra singoli scambi e insieme di scambi, mentre la soluzione statistica è precisa: astrae dai primi e si fonda sui secondi; così, quanto maggiore  è il numero degli scambi, che crescono fino a diventare un fenomeno generalizzato, tanto più al caso dei singoli scambi segue la cieca necessità della media regolatrice che è puramente statistica e che, soprattutto, si impone indipendentemente dalla intelligenza e dalla consapevolezza dei soggetti che scambiano. Engels ha voluto provare che la legge del valore di Marx non era una semplice ipotesi, e per giunta fittizia, bensì un nesso logico interno al processo storico del capitalismo. Ma questa prova non dice nulla del carattere logico di questo nesso: non chiarisce il fondamento logico delle leggi obiettive dello sviluppo storico.

Per concludere su questo rilevante aspetto di teoria della conoscenza, citiamo un altro passo di Engels, là dove osserva che la grande industria "conquista definitivamente al capitale il mercato interno", "sopprime lo scambio diretto fra piccoli produttori, pone tutta la nazione al servizio del capitale". Così "livella i saggi del profitto dei diversi rami dell'industria e del commercio a un  saggio di profitto generale ed assicura finalmente all'industria, nel quadro di questo livellamento, il rango dovuto alla sua forza, sopprimendo la gran parte delle difficoltà che ostacolavano fino allora il trasferimento del capitale da un ramo all'altro. In tal modo si compie, per tutto lo scambio in generale, la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Questa trasformazione si compie dunque spontaneamente secondo delle leggi obiettive, senza che gli interessati se ne rendano conto o lo vogliano".

Engels ha sottolineato correttamente il concetto di "saggio di profitto generale" riferendolo a tutto lo "scambio in generale". Ma come avviene la trasformazione dei valori in prezzi di produzione? avviene spontaneamente, secondo leggi obiettive. Occorreva, però, stabilire che questa spontaneità altro non è che il caso relativo ai singoli produttori, alle singole merci, ai singoli scambi... e che le leggi obiettive sono leggi statistiche che rappresentano sempre la cieca necessità fondata sul caso. Per questo motivo il determinismo perdeva ogni diritto. La storia del processo di produzione e di scambio della merci può essere riflessa nel pensiero soltanto in termini di statistica del complesso. Solo così si può interpretare il livellamento del saggio di profitto, che vale in generale e complessivamente per la classe capitalistica, ma non per il singolo capitalista, abbandonato alla sua sorte casuale come ogni altro singolo individuo.

Tratto da "La dialettica caso-necessità nella storia" (2003-2005)

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