mercoledì 30 marzo 2011

Casualità dell'individuo e necessità della specie: il "lato buono" e il "lato cattivo" della selezione naturale

Se la conservazione di ogni singolo individuo e (della sua progenie), a qualsiasi specie esso appartenga, non può essere lo scopo della natura, non può essere neppure lo scopo dei singoli individui stessi. Conservazione e riproduzione individuale, così come il loro opposto, l'eliminazione, sono soltanto il risultato del movimento complessivo della vita. Nel concetto di vita dobbiamo comprendere sia la vita individuale sia la vita dei complessi: le specie.

Cominciamo dall'individuo: che cosa muove l'individuo? L'organismo vivente ha dei bisogni fisiologici che rappresentano la sua cieca necessità. Questa necessità individuale si manifesta, negli stati più primordiali e nel regno vegetale, come semplice repulsione e attrazione; negli stati più evoluti, come sensazioni di fame, sete, freddo, caldo, piacere, dolore, ecc. E' partendo da queste necessità che l'individuo, nel suo movimento, va incontro a tutta una serie di correlazioni casuali con altri individui e oggetti dell'ambiente a lui esterno.

La necessità di procurarsi del cibo non determina di per sé un pasto. Per la nutrizione occorre la casuale correlazione di almeno due soggetti: ad esempio, il predatore e la preda, per non parlare delle circostanze ambientali, delle caratteristiche della preda, della scarsità o abbondanza di prede commestibili, ecc. Insomma, la necessità individuale, dettata dai bisogni fisiologici, determina una pratica quotidiana inconsapevole e caotica, che alimenta la casualità degli infiniti movimenti reciproci dei singoli organismi viventi. Quindi la conservazione e la riproduzione individuale saranno il risultato, mai certo, del movimento casuale dell'individuo, mosso dalle sue necessità fisiologiche.

Ma è proprio attraverso questa ampia base casuale, la quale appare come groviglio della natura, che, a sua volta, si manifesta la necessità dei risultati complessivi: ossia la conservazione e la perpetuazione delle specie. La vita delle specie è un risultato statistico di lungo periodo; risultato relativo, perché dipende da reciproche compensazioni; risultato eccezionale, perché dipende da un grande dispendio.

Se noi guardiamo a tutti gli elementi singoli del groviglio della natura, l'immagine che ne ricaviamo è di casualità; se isoliamo alcune catene limitate di rapporti reciproci fra organismi, e tra questi e l'ambiente circostante, esse appaiono concatenazione causali; se consideriamo i grandi aggregati: popolazioni, specie, generi, ecc. possiamo ricavare, come necessità relative, le regolarità statistiche, limitate nel tempo e nello spazio; infine, se consideriamo l'intera terra, nel tempo lungo dei miliardi di anni, allora la casualità della conservazione-eliminazione dei singoli quasi infiniti organismi con la relativa necessità della conservazione-estinzione delle numerosissime specie è il modo in cui si manifesta la cieca necessità della evoluzione: soltanto un ristretto numero di rami della vita si conservano e si sviluppano nel grande dispendio, e soltanto una specie vivente raggiunge il livello della coscienza che permette di riflettere tutta la faccenda. 

Per quanto riguarda la coscienza esiste, però, un problema di teoria della conoscenza da risolvere. Nella "Miseria della filosofia", Marx nota che tutto il problema gnoseologico si risolve, per i metafisici, nella conservazione del lato buono e nella eliminazione del lato cattivo* di ogni categoria: mentre il pensiero materialista dialettico considera i due lati in opposizione, la loro lotta e la loro fusione in una nuova combinazione, il senso comune metafisico, eliminando il lato cattivo, liquida di colpo la contraddizione dialettica. Ma il dialettico Marx sottolinea che, al contrario, è proprio il "lato cattivo" che produce il movimento, che fa la storia. In genere è il "lato cattivo" che porta, attraverso la lotta, allo sviluppo. La conservazione del "lato buono" vuol dire, invece, pretendere di fermare la storia.

Queste considerazioni si possono applicare anche alla biologia contemporanea, dove prevale il senso comune metafisico. Il "lato cattivo" della selezione naturale, inspiegabile per la maggior parte dei biologi contemporanei, è la smisurata estinzione in rapporto alla esigua conservazione delle specie. Possibile che la natura si preoccupi più di conservare le meravigliose penne di pavone che di salvaguardare la vita di tante creature! Esclama stupito il metafisico Mayr. Dov'è la ragione di tanto spreco? Non comprendendo la dialettica caso-necessità, il pensiero metafisico allibisce di fronte al rapporto dialettico esistente tra estinzione e conservazione! Sempre per questo motivo, i biologi molecolari, ad esempio, allibiscono di fronte al grande spreco delle sequenze di DNA non codificante nelle cellule eucariotiche.

I biologi non riescono a comprendere che proprio ciò che essi considerano "lato cattivo", ossia il grande dispendio, che hanno costantemente sotto i loro occhi, è la legge fondamentale del movimento della vita. Invece di riconoscerla, questi orologiai ciechi cercano, nella più profonda oscurità, rimedi per contrastarla. Pretendendo conservare il lato buono, eliminando quello cattivo, fermano lo sviluppo della loro scienza.  

* A proposito del "lato cattivo" della selezione naturale, Giuseppe Gaudenzi, in un breve saggio divulgativo sull'evoluzionismo (1995), osserva che c'è una domanda che "fa tremare le vene ai polsi dei teologi": "E' compatibile l'estinzione di esseri viventi con il concetto di perfezione dell'universo e con l'infinita bontà del suo creatore?" Dice bene Gaudenzi, però dimentica che, poichè i teologi hanno sempre esercitato un potere decisivo sulle carriere accademiche, la risposta a quella domanda fa tremare le vene ai polsi dei biologi, così che spesso essi preferiscono stupirsi come fa Mayr, piuttosto che rispondere.

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Tratto da "Caso e necessità - l'enigma svelato - Volume terzo Biologia" (1993-2002) Inedito

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