mercoledì 12 aprile 2017

"Il cancro non gioca a dadi" di Paolo Vineis

Si potrebbe rispondere fin da subito al titolo di Vineis: come no? Il cancro gioca, eccome, a dadi, ma, nei decenni dedicati al caso e alla necessità mi sono reso conto che nessuno comprende il caso e il suo nesso con la necessità, a cominciare dal semplice gioco dei dadi del quale nessuno conosce il suo reale significato...  Immaginare di trovare le cause dei tumori perchè il cancro non può esere casuale significa non capire la polarita caso-necessità. "Facendo seguito al loro primo controverso articolo 1, che invocava la “sfortuna” (bad luck) per spiegare la maggior parte dei tumori, Tomasetti e Vogelstein hanno nuovamente ottenuto una grande copertura mediatica con il secondo articolo 2, anch’esso comparso su Science (con un terzo autore)".

L'argomento trattato da Vineis mi riporta indietro di diversi decenni, da quando nel 1985 presi come come esempi 1) il traffico automobilistico e 2) la prima guerra mondiale. Esempi che mi permisero di distinguere il caso che riguarda i singoli dalla necessità che riguarda i complessi. Ma di questo si può  leggere in questo blog. Comunque, rifacendomi al più semplice dei due esempi, il traffico automobilistico, potrei paragonare il cancro agli incidenti stradali, considerando che ci sono strade dove capitano frequenti incidenti mortali, così come ci sono tumori più frequenti che dipendono ad esempio dal fumo.  Ma che proprio tizio sia colpito da un determinato tumore o investito da una determinata automobile è soltanto un caso individuale che si trasforma in cieca necessità statistica solo se consideriamo non più il singolo ma il complesso... degli incidenti stradali e dei tumori.

Quindi il problema sollevato dagli articoli mi sembra che sia un flop, compresa la critica di Vineis ma solo perché non si vuole capire come funziona la dialettica caso-necessità. In breve sintesi: il caso è relativo ai singoli e la necessità è relativa ai complessi. Ora quando si parla di malattie e ovviamente di malati, si ha per oggetto dei complessi più o meno grandi dove sempre e soltanto conta la necessità della frequenza statistica, e la frequenza statistica può essere bassa, modesta oppure elevata, allo stesso modo, ad esempio, delle malattie epidemiche.

Prenderò come esempio la spagnola nel periodo della 1° guerra mondiale: quanta gente ha falcidiato? Ma nella numerosa famiglia di una bambina, che un giorno sarebbe divenuta la madre dell'autore di questo blog, furono risparmiati quasi tutti, ovviamente mia madre, ma, straordinariamente, persino quel diavolaccio del fratello maggiore, eroico tenente degli arditi, medaglia d'oro della 1° guerra mondiale, il quale, però, ne fu colpito, ma dopo essersi scolato una bottiglia di champagne con gli amici che erano andati a trovarlo, si risvegliò al mattino tutto sudato e sfebbrato. Che cosa fu questo? Semplicemente un caso singolo fortunato. Ma che cosa fu la spagnola nel suo complesso? Una cieca necessità mortale per molte decine di milioni di europei in guerra. E non c'è altro da dire, se non sottolineare che così funziona la dialettica caso-necessità.

Morale della favola: quando si accetterà la dialettica caso-necessità di un autodidatta, ampiamente illustrata nel suo blog? Invece di attruibuire il caso e la necessità a ciò che non appartiene loro? Potrei aggiungere che finché si porrà in primo piano il riduzionismo, si attribuirà tutto al caso come in questo articolo di Vineis.

E ora vediamo in sintesi ciò che ha da dire Vineis e ciò che hanno detto Tomasetti e Vogelstein.

Scrive il primo: "Riassumo qui le critiche che sono state espresse da altri colleghi successivamente all’uscita del primo articolo, e che ho anche espresso circa un anno fa come revisore dell’attuale contributo. C’è ad avviso mio e di altri un profondo malinteso nei calcoli di Tomasetti e Vogelstein, che non sono evidentemente riusciti a liberarsi del problema. Gli autori hanno confrontato i tassi di incidenza dei principali tumori (ma non tutti) con il tasso di proliferazione delle cellule staminali nei tessuti di origine dei tumori: più alto è il tasso di proliferazione e maggiore è l’incidenza tumorale, perché più le cellule proliferano e più frequenti sono gli errori spontanei (fortuiti) di replicazione del DNA."

E fin qui nulla da eccepire, anche se non è evidenziato chiaramente che l'oggetto del contendere è la frequenza statistica, la quale è fondata sì sul caso ma risulta non più casuale, in quanto è frequenza necessaria! Quindi non confondiamo tra loro due cose distinte: il caso e la frequenza! Ma se andiamo avanti è difficile capire dove stia il problema da affrontare scientificamente, perché prevale inevitabilmente il caso individuale in ogni malattia, persino in quelle virali come fu l'infuenza spagnola.

Il seguito è tutta una questione di numeri di frequenze statistiche e  di casi di tumori i più diversi. Ovviamente in certe condizioni ambientali ci saranno statistiche di malattie più elevate, ma che cosa c'entra il caso? Abbiamo visto con l'esempio di mio zio che cosa è un caso molto, ma molto fortunato in una statistica pessima come quella dell'influenza spagnola. Ma che dire allora dello sbarco degli alleati ad Anzio con una sola vittima? Questo è un esempio di caso straordinario, eccezionale, negativo soltanto per i genitori e altri stretti congiunti del caduto.

Insomma, tutto si chiarisce e si risolve se si ha chiaro il concetto che la dialettica caso-necessità permette di stabilire le frequenze degli eventi che toccano gli individui nel loro complesso, ma queste frequenze non possono essere fraintese con i casi che toccano gli individui come singoli. Insomma, il caso non è qualcosa di eccezionale e strano, è semplicemente quello che vediamo, percepiamo e viviamo ogni giorno come singoli individui a contatto con altri singoli individui, dove nulla di certo è assicurato, perché se il caso si presenta a tutti in varie forme, si presenta però in varie forme singolarmente. E ognuno ha la sua, grazie al caso.

Scrive Vineis: "In altre parole quello che sappiamo sulle cause dei tumori è legato ad accidenti storici, al fatto che la gente fuma o è esposta ad amianto, e anche al fatto che gli epidemiologi hanno indagato gli effetti delle esposizioni. Meno studiamo questi eventi storicamente determinati e più saremo propensi a dire che i tumori sono dovuti alla sfortuna, il che non toglie che una quota ignota (nonostante i calcoli di Tomasetti e Vogelstein) possa anche essere dovuta al caso."

Non ricordo se l'ho già detto, ma Vineis la fa troppo lunga perche non ha un teoria che lo metta al riparo dalla prolissità e gli  permetta di concludere che tutti i tumori, presi singolarmente, sono una sfortuna: ossia, un cieco caso imprevedibile, ma se li prendiamo nel loro complesso diventano una cieca necessità per tutti gli ospedali che li affrontano, li curano e fanno le loro statistiche.

Ma andiamo al passo conclusivo saltando a piè pari tutta la parte prolissa e inconcludente: "Molti tumori stanno rapidamente aumentando nei paesi in via di sviluppo (in Africa e in Asia in particolare), e insieme ad essi aumentano le malattie cardiovascolari, il diabete, le malattie dismetaboliche e quelle neurologiche. Qui naturalmente la teoria della proliferazione cellulare non può essere invocata, e qual è dunque il meccanismo “casuale” o sfortunato che sta alla base di queste malattie? O per esse la cattiva fortuna non costituisce una spiegazione? Si dà il caso che tutte queste malattie, inclusi i tumori, condividano molti degli stessi fattori di rischio (e per questo la loro epidemiologia si modifica congiuntamente, nello spazio e nel tempo). E questo è l’argomento killer dell’articolo di Tomasetti, Li e Vogeslstein: non sappiamo quanti tumori esattamente sono prevenibili (secondo le stime più comuni il 40-50%), ma queste stime sono per difetto e si basano su conoscenze imprecise. Se nessuno avesse notato l’eccesso dei tumori delle cavità nasali negli operai del legno o degli angiosarcomi nei lavoratori del cloruro di vinile, non li potremmo attribuire ad altro che al caso."

La domanda finale: "Qui  naturalmente la teoria della proliferazione cellulare non può essere invocata, e qual è dunque il meccanismo "casuale" o sfortunato che sta alla base di queste malattie? O per esse la cattiva fortuna non costituisce una spiegazione?" Risposta: "Si dà il caso che tutte queste malattie, inclusi i tumori, condividano molti degli stessi fattori di rischio (e per questo la loro epidemiologia si modifica, nello spazio e nel tempo)".

Qui si strizza troppo l'occhio! A chi? Alle mode di un pensiero ormai vecchio: il pensiero deterministico, che crede di poter cercare le cause dei tumori nell'ambiente esterno, quando è possibile cercarle e immaginare di trovarle persino nell'ambiente interno. Ma non sono cause, altrimenti si manifesterebbero in maniera deterministica anche sui singoli, invece d'essere nei loro riguardi un triste fato, ossia un maledetto caso. Immaginare di trovare le cause dei tumori perchè il cancro non può essere un caso significa non capire la polarita caso-necessità.  Che si potrebbe semplificare così: un singolo cancro è un caso che riguarda l'individuo, il complesso di cancri è la cieca necessità che riguarda la specie. E la cura che cosa rappresenta? Il tentativo umano di giocare con i dadi il maledetto caso individuale. *Ma, soprattutto, è il tentativo di aumentare le statistiche delle guarigioni sul complesso dei malati: obiettivo principale degli ospedali.


 * Aggiunta in data 23/04/2017

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