mercoledì 22 novembre 2017

La definizione delle classi sociali: il lavoro produttivo e il lavoro improduttivo

Per definire i contrassegni delle classi sociali nel capitalismo occorre distinguere il lavoro produttivo dal lavoro improduttivo. Per stabilire questa non facile distinzione ci riferiremo al Quarto Libro del Capitale, pubblicato con il titolo di "TEORIE SUL PLUSVALORE", dove troviamo un ampio capitolo dedicato da Marx all'analisi delle "Teorie sul lavoro produttivo e improduttivo".

Analizzando Adam Smith, Marx scrive: "Il lavoro produttivo viene qui definito dal punto di vista della produzione capitalistica, e A. Smith ha esaurito il problema anche concettualmente, ha colto nel segno -è questo uno dei suoi più grandi meriti scientifici..., quello di aver definito il lavoro produttivo come lavoro che si scambia direttamente col capitale, cioè mediante uno scambio in cui le condizioni di produzione del lavoro e il valore in genere, denaro e merce, si trasformano anzitutto in capitale (e il lavoro si trasforma in lavoro salariato nel senso scientifico della parola). In questo modo è anche stabilito in maniera assoluta che cosa è il lavoro improduttivo. E' lavoro che non si scambia con capitale, ma che si scambia direttamente con reddito, quindi con salario e profitto (naturalmente anche con le diverse rubriche che partecipano al profitto del capitalista nelle vesti di consoci..., come interesse e rendita".

Questo passo sembra chiarire la questione, se non fosse che Marx la complica cercando di verificare la concezione di Smith in senso riduzionistico. Infatti, aggiunge:" Queste definizioni non sono dunque ricavate dalle caratteristiche materiali del lavoro (né dalla natura del suo prodotto, né dalla determinatezza del lavoro in quanto lavoro concreto), ma dalla forma sociale determinata dai rapporti sociali di produzione in cui questo si realizza. Un attore per esempio, persino un pagliaccio (clown), in base a queste definizioni è un lavoratore produttivo se lavora al servizio di un capitalista..., al quale egli restituisce più lavoro di quanto ne riceve da lui sotto forma di salario, mentre un sartuccio che va in casa del capitalista a rammendargli i pantaloni gli procura un semplice valore d'uso, è un lavoratore improduttivo. Il lavoro del primo si scambia con capitale, quello del secondo con reddito. Il primo crea plusvalore; nel secondo si consuma reddito".

E ancora: "Uno scrittore è un lavoratore produttivo, non in quanto produce idee, ma in quanto arrichisce l'editore che pubblica i suoi scritti, o in quanto è il lavoratore salariato di un capitalista". Seguono altri esempi del genere, nei quali i singoli individui paiono essere "produttivi" o "improduttivi" o entrambe le cose, a seconda che scambino uno stesso tipo di lavoro o con capitale o con reddito o con entrambi.

Quanti malintesi, anche dal punto di vista morale, sono sorti da questi esempi di Marx! Il fatto è che, cercando di verificare la definizione di lavoro produttivo sui singoli lavoratori, anche lui cade nell'errore del riduzionismo deterministico. Che il lavoro produttivo sia lavoro che si scambia direttamente con capitale è una definizione esatta dal punto di vista della necessità scientifica, ma solo se la riferiamo al vero oggetto della scienza, il complesso: ossia, se la riferiamo al complesso di tutto il lavoro che si scambia con il complesso di tutto il capitale. Poiché il singolo lavoratore non produce merce e perciò non produce, preso isolatamente, plusvalore, non ha niente a che vedere con la definizione di lavoro produttivo e improduttivo: è solo il lavoratore complessivo che può essere produttivo o improduttivo. Lo stesso discorso vale, mutatis mutandi, per il capitalista complessivo.

Del resto A. Smith era stato chiaro nel definire il lavoro improduttivo come contrassegno parassitario di alcuni, determinati  gruppi sociali. Infatti scrisse: "Il lavoro di alcuni dei più rispettabili ordini della società, al pari di quello dei domestici, non produce nessun valore... Il sovrano, per esempio, come tutti coloro che alle sue dipendenze ricoprono uffici giudiziari e militari, tutto l'esercito e la marina, sono lavoratori improduttivi. Essi sono i servitori della società, e sono mantenuti da parte del prodotto annuale del lavoro di altre persone. Appartengono alla stessa classe... gli ecclesiastici, i giuristi, i letterati di ogni specie, gli attori, i buffoni, i musicisti, i cantanti d'opera, i ballerini d'opera, ecc."

I lavoratori improduttivi appartengono, dunque, a categorie sociali che non producono plusvalore, ma che ne percepiscono una consistente quota per fornire servizi sociali, artistici, spirituali religiosi, politici e militari. Per Smith la definizione di lavoro improduttivo, così come quella di lavoro produttivo, sembra avere valore di necessità solo in riferimento ai complessi sociali e non ai singoli individui sociali.

Ma c'è una seconda concezione smithiana del lavoro produttivo e improduttico -osserva Marx- "o meglio quella che si interseca con l'altra giungendo dunque alla conclusione che il primo è lavoro che produce merce, e che il secondo è lavoro che non produce "nessuna merce"". Questa concezione deriva dalla circostanza che il capitalismo è principalmente produzione di merci; perciò è naturale pensare che la produzione delle merci sotto il comando del capitale sia lavoro produttivo. Marx avanza, però, diverse obiezioni: ad esempio, che anche semplici lavori domestici possono dar luogo a merci, e però non sono lavori produttivi perché producono solo valori d'uso. Inoltre, se "è lavoro produttivo il lavoro che produce merci, e lavoro improduttivo quello che produce servizi personali", ne consegue che "Il primo lavoro si rappresenta in una cosa vendibile, il secondo deve essere consumato mentre viene effettuato".

In tal caso, per la seconda concezione di Smith, il settore dei trasporti sembrerebbe improduttivo. Vale la pena di approfondire questo aspetto. La costruzione di ferrovie che, storicamente, è stata avviata per conto degli Stati e con capitale in prevalenza statale, aveva come principale scopo il trasporto (o cambiamento di luogo)  di merci e di masse lavoratrici, comprese quelle irrigimentate e trasformate in fanterie da inviare rapidamente nei vari fronti di guerra. Ora, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che i treni si sarebbero, un giorno, riempiti di vacanzieri e che avrebbero dovuto subire la concorrenza di altri mezzi di trasporto, come gli aerei di linea e le automobili su autostrada... prodotti come merci?

Comunque, Marx ha interpretato correttamente la natura produttiva del settore dei trasporti con le seguenti argomentazioni: "Ma ciò che l'industria dei trasporti vende è appunto il cambiamento di luogo. L'effetto utile prodotto è legato in maniera indissolubile  al processo di trasporto, cioè al processo di produzione dell'industria dei trasporti. Persone e merci viaggiano con il mezzo di trasporto, e il suo viaggiare, il suo movimento nello spazio, è appunto il processo di produzione da esso operato. L'effetto utile è consumabile unicamente durante il processo di produziome; esso non esiste come un oggetto d'uso differente da questo processo, che, solo dopo essere stato prodotto, operi come articolo di commercio, circoli come merce.

Il valore di scambio di questo effetto utile è però determinato, come quello di ogni altra merce, dal valore degli elementi di produzione in esso consumati (forza lavoro e mezzi di produzione), più il plusvalore che il pluslavoro degli operai impiegati nell'industria del trasporti ha creato. Anche in relazione al suo consumo, questo effetto utile si comporta in tutto come le altre merci. Se viene consumato individualmente, il suo valore scompare con il consumo; se viene consumato produttivamente, in modo che esso stesso sia uno stadio di produzione della merce che viene trasportata, il suo valore viene trasferito alla merce stessa come valore addizionale". (Si potrebbe dire che il consumo individuale è casuale e quello complessivo è necessario)

Quindi il settore dei trasporti è un settore industriale produttivo, nonostante non produca oggetti che escano dalla produzione ed entrino nella circolazione come merci, e nonostante che esso produca un valore d'uso immediatamente consumabile: il cambiamento di luogo. Questo valore d'uso, pur non assumendo la forma di merce, presenta un valore di scambio che contiene plusvalore.

Ci siamo dilungati su questo esempio irto di difficoltà, che Marx ha risolto, per porre in evidenza le complicazioni che possono sorgere nella distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Ora, se seguiamo il suggerimento di Marx sulla maggiore validità della prima concezione di Smith, sorge la seguente difficoltà: poiché il gigantesco capitale monetario che domina l'epoca attuale, alla ricerca di occasioni d'investimento, ha letteralmente invaso la produzione immateriale, fino a commercializzare attività e relazioni umane che ieri appartenevano alla sfera puramente personale, tutto sembrerebbe risultare lavoro produttivo. Un bel rebus da risolvere!


Tratto da "La dialettica caso-necessità nella storia" Volume 4° (2003-2005)

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