venerdì 15 aprile 2011

Il rapporto individuo-comunità nello Stato di diritto di Kant 2°

Nella concezione della politica di Kant, prioritaria è la comunità rispetto al singolo individuo; anzi, il primato dell'interesse collettivo è espresso come principio così generale da abbracciare l'intera specie umana. In un saggio "Sul rapporto della morale con la politica" del 1788, egli, infatti, dichiara: "La suprema legge pensabile di tutte le azioni umane è di fare ciò che è più utile al genere umano nel suo complesso".

Dalla legge generale che riguarda l'intera umanità, Kant deduce, però, una legge più ristretta: "Una società numerosa di uomini ha dunque un vantaggio rispetto a un singolo uomo: la conservazione di quella è più importante della conservazione di questo, e il suo bene è una parte più grande della felicità totale...".

Dopo aver ristretto il principio della legge suprema (ciò che è più utile al genere umano), al principio particolare della conservazione di una generica, "società numerosa di uomini", Kant attribuisce lo stesso principio allo Stato monarchico; così può scrivere: "Il sovrano, che ha nelle mani la potenza riunita di una tale società, ne è il genuino rappresentante: difende i suoi interessi, vuole assicurare la sua conservazione ed accrescere le sue ricchezze. A così grande obiettivo egli può senza dubbio sacrificare il privato all'interesse proprio".


Come si vede, partendo dal giusto principio dell'interesse generale dell'umanità, Kant crede di poterlo attribuire, senza alcuna contraddizione, al singolo sovrano di uno Stato. La contraddizione, invece, deriva dalla circostanza che gli interessi di uno Stato non sono più interessi generali, ma particolari, e  inevitabilmente entrano in conflitto con gli interessi particolari di altri Stati; inoltre, gli interessi del singolo sovrano non coincidono necessariamente con gli interessi della maggioranza dei suoi sudditi.

Nonostante le contraddizioni suddette, che approfondiremo in seguito, questo principio dello Stato di diritto, che assicura il bene comune mediante il sacrificio del bene dei singoli individui, rappresenta il massimo di necessità pensabile, alla quale possa aspirare la specie umana divisa in classi, popoli e nazioni. Si potrebbe dire che nessuna teoria del diritto e dello Stato moderni ha potuto superare Kant, per il semplice motivo che la specie umana divisa non può garantirsi altra necessità di sopravvivenza che quella naturale, tipica di tutte le specie animali, e cioè quella conservazione del tutto che avviene a spese delle singole parti, con molto dispendio.

Il merito di Kant è stato d'aver compreso la realtà della necessità collettiva, che nella società moderna si è manifestata inizialmente nella forma ristretta della necessità dello Stato monarchico assoluto; il suo torto è stato d'aver dimenticato il principio universale della necessità generale della specie umana, o meglio di non averlo concepito almeno come obiettivo per il futuro.

Ora, nella sua forma ristretta, il dominio della collettività sull'individuo, mediante il sacrificio dei singoli, non è per la specie umana così naturale come per le specie animali: in altre parole, esso è minato da una contraddizione sociale e storica che non appartiene al mondo animale. Infatti, tra l'interesse del sovrano e dei potenti che lo sostengono e l'interesse collettivo nazionale non esiste una necessaria concordanza. Tra l'interesse del singolo sovrano e della sua corte, che detengono il potere dello Stato, e l'interesse collettivo nazionale può esserci una tale discrepanza da mandare in rovina lo Stato stesso.

A questo proposito, Kant scrive: "Una persona è svergognata se preferisce sé a un'intera comunità, quand'anche questa consista di persone molto meno importanti di lei; e una nazione numerosa deve avere la preferenza quando i suoi interessi collidono con gli interessi di una popolazione minore". L'allusione ai monarchi e alle loro corti è chiara. Così per eliminare la contraddizione, Kant concepisce la cosiddetta "ragion di Stato" come riassunto del seguente obiettivo collettivistico: "Il bene dello Stato sarà dunque il bene del maggior numero dei suoi membri". Da ciò trae un'altra conseguenza: "Se intere società di uomini hanno diritti preferenziali rispetto agli uomini singoli, tali diritti hanno anche grandi società rispetto a società piccole". Così, sul fondamento della sola dimensione, Kant stabilisce il predominio degli Stati più grandi e perciò più forti sugli Stati più piccoli e perciò più deboli.

Un'altra conseguenza dell'applicazione del primato della comunità sull'individuo, nella forma ristretta della divisione dell'umanità in nazioni di diversa grandezza e potenza, è che le azioni di queste nazioni non sono mai realmente criminali, anche se potrebbero apparire tali se non esistesse il principio del sacrificio dei singoli per il bene comune. Così lo Stato può disporre, ad esempio, degli individui come strumenti di distruzione nelle guerre, con la seguente giustificazione: "Se quegli uomini avessero fatto di propria iniziativa ciò che egli comandava, sarebbero stati criminali, poiché non avrebbero avuto davanti agli occhi altro che distruzione e rovina; ma l'Europa suprema vedeva la vita e la felicità come una conseguenza lontana di ciò, e quelle aveva di mira."

Kant giustifica questa sua razionalizzazione con la seguente argomentazione: poiché nessun singolo uomo "può abbracciare il genere umano nel suo complesso", a "nessuno, pertanto, potrà essere concesso di distruggere, per questo grande scopo, gli scopi minori che costituiscono il fondamento dei consueti doveri degli uomini". Però "coloro che stanno al timone degli Stati si trovano effettivamente a un'altezza da cui possono abbracciare una parte maggiore del genere umano e del futuro. Essi conoscono meglio le condizioni dei popoli e hanno maggiori occasioni di osservare le cause e gli impulsi da cui gli eventi futuri sono condizionati". In sostanza, gli uomini che governano grandi collettività sarebbero i soli a riconoscere, e i soli autorizzati a garantire, l'interesse superiore delle loro collettività, anche al prezzo di distruzioni che apparirebbero criminali al diritto comune.

Ora, anche se i sovrani si dessero realmente e consapevolmente lo scopo del benessere dei sudditi, come sostiene ottimisticamente Kant, questo "meritevole" scopo finirebbe inevitabilmente con il contrastare scopi altrettanto "meritevoli" di altri Stati sovrani. E ciò produrrebbe guerre altrettanto cruente di quelle che realmente sono state prodotte nella storia per motivi meno nobili. Cercando di superare quest'altra contraddizione, Kant compie una interessante riflessione:

"Nel fisico come nel morale, nei sistemi grandi agisce un minor numero di cause, e queste cause agiscono più regolarmente; mentre nei piccoli il confluire di circostanze è infinito, sicché anche il modo di agire di ogni circostanza è più difforme e sregolato. Ma quanto meno chiaramente si può riconoscere la singolarità del caso in cui ci troviamo ad agire con le conseguenze a cui dà luogo, tanto più le regole fondamentali ci devono guidare". Kant ha qui intuìto la differenza che passa tra la sregolatezza, o casualità, dei piccoli "sistemi", e la necessità dei grandi "sistemi". Da ciò ha tratto come conseguenza che nel "grande" la legge può essere superata dalla necessità dei grandi interessi collettivi, per i quali si possono compiere azioni che la legge normale (la legge applicata al "piccolo") considererebbe dei crimini.

Così, se un capo di Stato sacrifica migliaia di uomini a una guerra dichiarata con leggerezza, può ancora essere considerato grande, ma se toglie la vita a una sola persona scomoda, per motivi personali, allora egli è ritenuto un tiranno. Così si perdona a Richelieu "l'irregolarità dei mezzi per la grandezza dei suoi scopi", ma non si potrebbe perdonarlo se fosse provato che egli si sia disfatto dei suoi nemici personali, facendoli precipitare in un trabocchetto del proprio studio, come si andava vociferando.

Insomma, per Kant molte gloriose imprese storiche, se valutate secondo le norme del diritto comune, risulterebbero molto biasimevoli, ma possono invece essere perdonate, perché avrebbero "promosso il bene durevole di intere regioni, nazioni e sette (sic!) religiose". Di necessità, virtù: della necessità della lotta tra gli Stati nazionali, l'elogio della virtù del "bene durevole". Nel contempo, però, egli non può evitare di vedere l'"arbitrio dei monarchi" come dannoso al bene collettivo, al bene dello Stato, trasformandosi in dispotismo.

Per porre rimedio all'arbitrio dei monarchi, Kant escogita una forma di pacifismo in prima istanza: nessun sovrano deve turbare la pace per primo: "I principi ingiusti cominciano le guerre; i principi giusti vi intervengono per porre ordine". Ma questa massima della "ragion pratica" mostrerà tutti i suoi limiti diventando un pretesto sia per provocare incidenti di guerra, sia per giustificare l'intervento militare in guerre provocate da altri Stati.

In conclusione, nella concezione dello Stato di diritto, Kant ha avuto il merito di aver compreso che la necessità riguarda i grandi complessi di uomini e non i singoli individui; egli ha inoltre intuìto la dialettica singolo-complesso, caso-necessità, ma non ha avuto alcuna possibilità di elaborarla, avendo dovuto adeguarsi alla cieca necessità delle guerre combattute dalle monarchie in nome della "ragion di Stato", ossia in nome della lotta per la supremazia tra gli Stati europei.

-------

Tratto da "La dialettica caso-necessità nella storia" (2003-2005)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...