sabato 26 agosto 2017

9) La soluzione statistica e l'incomprensione del rapporto caso-necessità nella "nuova immunologia"

Nel 1986 usciva, per le Edizioni "Le Scienze", una pubblicazione dedicata al recente sviluppo dell'immunologia. Il curatore, Franco Celada, riassumendo nel primo scritto del testo* l'evoluzione della teoria immunologica, scriveva: "Con una procedura tipicamente darwiniana si ottiene pertanto un risultato che può apparire dettato da richieste teleologiche: un buon esempio di ciò che Monod nel suo Il Caso e la Necessità ha chiamato "teleonomia".

Affermazione questa che, ancora una volta, dimostra la capitolazione dell'ennesima branca della scienza della natura di fronte all'incompreso rapporto caso-necessità. Come abbiamo già mostrato, non solo Monod non ha contribuito a risolvere il suddetto rapporto, ma lo ha eluso introducendo un termine fuorviante tratto dall'informatica: la teleonomia. Poiché abbiamo già trattato a fondo questo aspetto, qui ci limiteremo a verificarne le conseguenze negative nel campo dell'immunologia.

Celada, dopo aver invocato la teleonomia, sottolinea i grandi numeri degli elementi cellulari e molecolari che partecipano ai processi immunitari. Ai dati che abbiamo già considerato, egli aggiunge, mettendolo in risalto, il ritmo del ricambio cellulare: 10 alla 7 nuove cellule al minuto, che testimonia un gigantesco dispendio. Questo dato può essere espresso anche nel modo seguente: in poco più di un mese il ricambio equivale ai mille miliardi di cellule linfoidi presenti in media nell'organismo umano.

Quali conseguenze teoriche può avere un simile numero? Esso, infatti, non indica soltanto il sorgere di nuove cellule ma anche il perire di quelle preesistenti. Quindi, una teoria immunologica è valida soltanto se rende ragione di un così grande dispendio, e anzi lo pone alla base stessa del processo immunitario. Ad esempio, Jerne ha tentato una impostazione che partiva proprio dalla considerazione dello spreco della materia vivente.

Celada, invece, ritiene teleonomicamente che le cellule in questione, prodotte inizialmente nel fegato e nel midollo osseo, seguano poi "due diversi programmi educativi (sic!): parte vanno a un organo specializzato chiamato timo dove matureranno come linfociti T ..., parte vanno ad altri spazi linfatici dove matureranno in forma di linfociti E". E continua sulla stessa falsariga teleonomica-istruttiva, come ad esempio nel seguente passo: "Il sistema... si basa sulla sintesi casuale di molecole recettori diverse in cellule diverse, in assenza di informazione sulla natura dell'antigene. Questo avviene perché ogni linfocita durante la maturazione sceglie (sic!) e riarrangia i geni della famiglia delle immunoglobuline in modo statisticamente indipendente dal linfocita vicino. Così l'organismo si ritrova con almeno una cellula per ogni specificità che viene prodotta e una sola specificità per ogni cellula".

E così il caso diviene capacità di scelta... statistica a livello della singola cellula! Questo sproposito è inqualificabile, ma chi lo ha compiuto si trova in imbarazzo quando è costretto a considerare "che il numero di specificità che il sistema riesce a esprimere è molto grande: rasenta 109 e si può considerare praticamene infinito. Naturalmente, il numero totale di cellule, 1012, deve esssere confrontato con il numero di specificità. Dal rapporto 1012/109 risulta che, nonostante il numero elevatissimo di cellule, ci sarà in ogni momento soltanto un piccolo numero di esse pronte a un incontro "specifico" con un antigene preso a caso e la probabilità dell'evento sarà bassa": questo numero è, infatti, solo 103 ! E non rappresenta soltanto una probabilità, bensì anche la frequenza relativa della risposta del sistema immunitario nel suo complesso.

Il paradosso è che, pur fornendo la soluzione statistica del processo immunitario, Celada non riesca a vederla, accecato come è dalla teleonomia. Piuttosto che sbarazzarsi di tutto il corredo di informazioni", "riconoscimenti", "istruzioni", ecc. per le singole cellule, egli preferisce distorcere l'essenza della frequenza statistica fondata sul caso. Poi arriva a immaginare che "Tra le varie soluzioni possibili l'evoluzione ha scelto di far confluire gli antigeni provenienti dall'esterno in stazioni situate nelle immediate retrovie delle frontiere dell'organismo". E perché avrebbe scelto questa via? Nientemeno che per permettere a tutti i linfociti del sistema immunitario di "esaminare (sic!) il campione di antigene in questione per scoprire quale delle cellule è capace di stabilire il contatto".

E' inutile sperare che un meccanicista teleonomico possa comprendere il caso relativo ai singoli linfociti, che si rovescia nella frequenza necessaria relativa al sistema immunitario. Nonostante l'evidenza egli continuerà a interpretare i risultati ciecamente necessari dell'evoluzione come una scelta teleologica. Così, posto di fronte ai grandi numeri di linfociti, tra loro casualmente diversi, che permettono una risposta immunitaria interpretabile come rara ed eccezionale frequenza statistica, il meccanicista teleonomico sosterrà che l'evoluzione ha scelto la via statistica, in maniera finalisticamente programmata, come soluzione più conveniente e sicura. Ma con questa fittizia soluzione, non c'è caso che tenga: tutto risulterà determinato necessariamente nei termini del programma teleonomico.
 
La soluzione reale, statistica, pone, invece, il numero 103 come frequenza assoluta di cellule linfoidi per ogni antigene che entri nell'organismo, numero piccolo ma sufficiente a garantire la risposta immunitaria. Mille cellule su mille miliardi possono affrontare ogni volta qualsiasi antigene, essendo sufficiente che una sola lo intercetti. Ovviamente queste cellule... garibaldine sono il risultato del complesso dei linfociti B. Ma quanti sono gli antigeni che possono procurare infezioni in un organismo umano? Sicuramente un numero molto inferiore alla totalità degli antigeni.

La conseguenza sarà che la maggior parte delle cellule e dei cloni linfoidi mai incontreranno l'antigene omologo, essendo le infezioni relativamente rare nella vita di un organismo. Allora tutto questo enorme apparato, questa montagna di cellule, solo per "partorire" un topolino? Se ragionassimo da teleonomici sarebbe inconcepibile un simile spreco. Ma, come abbiamo più volte constatato in fisica e in biologia, è questo dispendio naturale che garantisce, in maniera ciecamente necessaria, i prodotti della natura, uomo compreso. L'immunologia non può fare altro che confermarlo.


* "La  logica della risposta immunitaria"

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Rileggendo il Capitolo XIV del mio Terzo volume inedito, "La dialettica caso-necessità in biologia" (1993-2002), capitolo riguardante il pensiero immunologico, ho ritenuto che fosse ancora valido e che fosse arrivato il momento di pubblicarlo in 10 post, quanti sono i suoi paragrafi.

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