venerdì 18 agosto 2017

5) Dal fittizio riconoscimento immunologico alla pretesa selezione del programma

Nello scritto "Linfociti T e B e le risposte immunitarie", uscito nei 1973, Raff* affermò: "Il dogma centrale dell'immunologia è la teoria della selezione clonale, la quale sostiene che, in qualche fase dell'ontogenesi e indipendentemente dall'antigene, singoli linfociti (o cloni di linfociti) diventano programmati per rispondere a uno o a un numero relativamente piccolo di antigeni. Essi manifestano questo programma mediante l'espressione, sulla loro superficie, di recettori per l'antigene. Così, quando un antigene penetra nell'organismo seleziona quei linfociti che hanno già i recettori per l'antigene sulla loro superficie. L'interazione dell'antigene con il suo recettore provoca l'attivazione delle cellule specifiche per quell'antigene".

Qui è chiara l'influenza dell'Informatica: la complessa e dispendiosa realtà biologica viene ridotta convenzionalmente all'attività di un programma. Se Darwin aveva paragonato la selezione naturale alla selezione operata dagli allevatori, qui la selezione clonale dei linfociti viene paragonata all'informazione programmata, tipica dei calcolatori. Ma l'informazione dei processi naturali immunologici, concepita come raffinata evoluzione della teoria della conoscenza, rappresenta, invece, un ritorno indietro: una involuzione meccanicistica.

Così, sotto l'influsso dell'Informatica, gli immunologi sono riusciti ad attribuire all'antigene la funzione di selezionatore di ... programmi già esistenti. Naturalmente, è sufficiente sostituire la parola "caso" al posto del "programma" per ottenere la reale selezione clonale, la quale può avvenire soltanto grazie ai grandi numeri di linfociti, tutti fra loro casualmente diversi, e si caratterizza come selezione casuale di eccezioni statistiche, la cui necessità si manifesta nel complesso immunitario e non nel singolo linfocita o singolo clone di linfociti.

Abbiamo visto in più occasioni che Darwin non aveva compreso il caso e, perciò, non aveva compreso né il dispendio né le variazioni neutrali. Quindi, non aveva neppure considerato la circostanza per la quale rapporti quantitativamente diversi possono produrre differenze qualitative. Questa incomprensione riguarda anche gli immunologi. Se essi riconoscessero, invece, il fatto che la maggior parte dei linfociti di ogni generazione rimane al di fuori di ogni specifico contatto di antigeni esterni entrati nell'organismo -rimanendo neutrali o aggredendo antigeni autologhi così da essere soppressi-, e che soltanto una percentuale statisticamente rara può incontrare un antigene omologo, così da creare un clone, eviterebbero lo sproposito di sostenere che ogni singolo linfocita è programmato per specifici recettori antigenici.

Occorre ficcarsi bene in testa che i processi biologici, di qualunque natura essi siano, sono fondamentalmente casuali e spontanei nelle loro singole manifestazioni, necessario essendo soltanto il cieco risultato complessivo. La scienza deve, perciò, scoprire questa cieca necessità del complesso; non immaginarla come qualcosa di causato, di predeterminato o, peggio ancora, di programmato a livello dei singoli numerosi elementi.

Solo quando dimentica i "programmi" Raff si rende conto che la realtà è troppo complessa per poter essere descritta in termini di semplice informazione: "Quando un antigene si lega con il rispettivo recettore su un linfocita T o B, a questo linfocita possono accadere almeno tre cose: in primo luogo, può essere stimolato a dividersi e a differenziarsi per diventare cellula effettrice in qualche tipo di risposta immunitaria; in secondo luogo, può divenire immunologicamente tollerante o paralizzato in modo da non essere in grado di rispondere a una successiva somministrazione dell'antigene; non si sa se queste cellule vengano uccise o semplicemente inattivate in qualche modo; infine, come terza possibilità, può rimanere inalterato dall'incontro con l'antigene".

Senza la guida di una valida teoria, l'immunologo, posto di fronte alla complessa realtà, non sa più cosa dire o non sa più quel che dice: "La "decisione" di un singolo linfocita (sic!) che incontra l'antigene -decisione di "accendersi", "spegnersi", o "ignorare la sfida"- dipende sostanzialmente dalla natura e dalla concentrazione dell'antigene e della complessa interazione con altri linfociti e con il macrofagi". Ma, dire questo è dire meno di niente: che cosa ce ne facciamo di un linfocita capace di prendere una decisione tra virgolette, e capace di fare questo o quello sempre, soltanto, tra virgolette? Persino nella fase più semplice, quella del legame antigene-recettore, la faccenda si mostra più complicata di quanto potrebbe far supporre l'ipotesi convenzionale della selezione clonale che programma la risposta immunitaria.

Anche a questo livello si tratta sempre di grandi numeri di eventi casuali, i quali, soltanto in termini statistici, possono essere valutati come necessità complessiva. E' solo come frequenza statistica che la sorte puramente casuale del singolo effimero linfocita si rovescia nel suo opposto dialettico, nella cieca necessità della risposta immunitaria. E' questo processo dialettico che affronteremo nel prossimo capitolo.


* Martin Raff, biologo canadese.

                                                                       
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Rileggendo il Capitolo XIV del mio Terzo volume inedito, "La dialettica caso-necessità in biologia" (1993-2002), capitolo riguardante il pensiero immunologico, ho ritenuto che fosse ancora valido e che fosse arrivato il momento di pubblicarlo in 10 post, quanti sono i suoi paragrafi.

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