venerdì 11 novembre 2011

Nel gioco triangolare delle superpotenze continentali Mario Monti al governo dell'italia, per l'adeguamento alla nuova tendenza secolare

Quando la Ue era ancora in fieri e il marco era la moneta forte dell'Europa (stante una Germania dell'Ovest in via di unificazione, con l'acquisizione di nuova forza lavoro e nuovo mercato dalla Germania dell'Est), la Mitteleuropa faceva da potente calamita che esercitava una attrazione tale da disgregare e avvicinare a sé regioni limitrofe, appartenenti ad altri Stati: tra queste, non solo le regioni appartenenti all'Unione Sovietica, ma anche regioni come la Padania di Bossi, il quale non a caso ha rappresentato politicamente questa tendenza del Nord Italia. Era, per così dire, una tendenza decentratrice, in controtendenza rispetto alla tendenza progettata da tempo verso una Europa unita.

Non c'è quindi da stupirsi se la Lega oggi perda colpi. Non è solo una questione di politica interna che mostra un brutto momento per la coalizione berlusconiana. E' qualcosa che sovrasta i nostri confini e persino quelli della UE a 25, qualcosa per spiegare la quale l'autore di questo blog deve prima fare un passo indietro nel tempo, tornando all'epoca delle tendenze centrifughe, all'epoca della strategia USA per l'Europa, dopo il crollo dell'URSS: quella denominata "alla carte", che mostrava sufficienza verso la UE in formazione sostenendo alleanze, a seconda della propria convenienza del momento, con i neonati paesi dell'Est e con altri paesi europei.

2) Globalizzazione e crisi

Crisi del 1987 e crollo dell'URSS

(Continuazione) Ora, non solo la Fed intervenne aumentando il costo del denaro, ma di fronte allo sbandamento della borsa dovette intervenire per convincere le banche a non cessare di operare prestiti, promettendo il proprio sostegno, con la seguente dichiarazione di Greenspan: "La Federal Reserve, conformemente alle sue responsabilità di Banca centrale della nazione, afferma oggi di essere pronta a servire da fonte di liquidità per sostenere il sistema economico finanziario".

Il suo intervento si concretizzò in acquisto di titoli di Stato sul libero mercato, che ebbe l'effetto di mettere in circolazione miliardi di dollari provocando il calo dei tassi d'interesse. Con finta ingenuità, il liberista Greenspan scrive: "Prima del crollo avevamo operato una stretta sui tassi d'interesse, ma in questo momento li allentammo per tenere l'economia in movimento". Insomma, se l'economia si muove troppo in fretta viene frenata dalla Fed con un rialzo dei tassi d'interesse, e se ciò la rallenta troppo, viene tenuta in movimento con un ribasso.

giovedì 10 novembre 2011

1) Globalizzazione e crisi

Il liberismo interventista di Greenspan

E' soltanto un apparente paradosso che un liberista possa presiedere una istituzione necessariamente interventista come la Federal Reserve Bord (Fed)? Come vedremo, nella globalizzazione, tanto il liberismo riguarda il mercato dei capitali, delle merci e soprattutto della forza lavoro, quanto l'interventismo riguarda la politica monetaria, petrolifera e militare. Entrambi possono convivere in simbiosi nella globalizzazione, fase economica resa possibile dallo sviluppo accelerato dell'Asia in generale e della Cina in particolare.

Il liberista Alan Greenspan ha presieduto la Fed dal 1987 al 2006, un ventennio nel quale si è affermata la globalizzazione del mercato mondiale, alla quale egli ha dedicato le sue memorie in "L'era della turbolenza", 2006. L'apparente paradosso lo riguarda personalmente, essendo un seguace del liberismo di Friedman (e di Adam Smith), costretto, come presidente della Fed, a intervenire continuamente sui tassi d'interesse, per "proteggere" il ciclo economico dalle crisi secondo i dettami di Keynes.

martedì 8 novembre 2011

Lezione 9° L'impossibile "scienza del caso" di Didier Dacunha-Castelle

L'inconsapevolezza delle polarità dialettiche caso-necessità, singolo-complesso, probabilità-statistica ha prodotto, a partire dalla seconda metà del Novecento, una congérie senza fine di falsi nessi tra termini e locuzioni della teoria della probabilità, della teoria dell'informazione e delle più recenti teorie del caos e della complessità. Evidentemente non bastava la confusione sul ruolo che il caso riveste nell'ambito della natura e della società umana, non bastava la confusione che la teoria della probabilità si porta dietro fin dalle sue origini tra il termine di probabilità e il termine di frequenza: occorreva mischiare tra loro "probabilità", "frequenza", "informazione", "entropia", "caos", "complessità", ecc. per rendere ancor più confuso il rapporto caso-necessità, così da creare l'impossibile scienza del caso.

Per farci un'idea di quanto farraginoso sia il fondamento teorico di questa pretesa scienza, è sufficiente rivolgerci a "La scienza del caso" (1996) di Didier Dacunha-Castelle (D.D.-C.). L'autore parte dal concetto di probabilità: "Che cosa rende tanto interessante il ragionamento probabilistico? A partire da che cosa si può fare il calcolo "sul" caso? Il XIX secolo è stato segnato dalla questione del "perché statistico". Perché il numero di suicidi e di crimini in ogni regione del mondo resta più o meno costante di anno in anno? Rispondere a questa domanda richiede un attento esame della legge dei grandi numeri, delle regolarità che si esprimono all'interno di popolazioni numerose. Vi sono eccezioni a tale comportamento regolare che costituiscono avvenimenti rari e importanti. La nozione di rarità è difficile, anche nelle scienze matematiche. Se non si può universalmente definire ciò che è raro, si può chiarire la dialettica tempo-rarità. Chiarire cioè quanto tempo bisogna attendere perché si verifichi ciò che è raro e se il sopraggiungere di un avvenimento raro segue sempre strade privilegiate".

domenica 6 novembre 2011

L'evoluzione dispendiosa della vita

L'incomprensione di Gould e le due leggi di Engels

Uno dei motivi conduttori del pensiero teorico della biologia contemporanea è il ritenere l'evoluzione della vita una questione di efficienza e di economia. Di conseguenza, l'evoluzione dovrebbe dare come risultato il massimo del prodotto vitale. Per questo modo di pensare, un'evoluzione dispendiosa è un controsenso. Perciò la natura appare molto stravagante quando ci mostra distruzioni, estinzioni e mostruosità.

Può sembrare paradossale, ma ogni argomento è buono per rifiutare il carattere dispendioso della evoluzione. Potremmo anche dire che ogni scuola, e persino ogni autore, si distingue per l'argomento prescelto. La conseguenza è che, nei vari rami della biologia contemporanea, c'è molta confusione sull'oggetto stesso della evoluzione.

venerdì 4 novembre 2011

Serendipity, ovvero l'illusione di interrogare il caso

La pagina culturale del Corriere della sera del 7 novembre 2002 riportava un ampio brano tratto da "Viaggi e avventure della Serendipity" di Robert K. Merton ed Elinor G. Barber, accompagnato da un commento di Alessandro Cavalli sull'idea base del sociologo Merton. Secondo Cavalli "Il 'caso' gioca un ruolo fondamentale, non solo nella scienza, ma in genere nelle vicende umane. La serendipity è appunto la scoperta inattesa, casuale, il dato anomalo dissonante, che mette in crisi quella che Kuhn avrebbe chiamato la scienza normale e che costringe al ripensamento e alla revisione di ciò che era dato per acquisito". Come vedremo, l'idea fondamentale di Merton non va oltre il riconoscimento del ruolo del caso e delle "conseguenze inattese", senza riuscire a trovare una soluzione che non sia il ritorno indietro all'etica e alla responsabilità individuale.

Il brano inizia così: "I problemi morali e intellettuali suscitati dalle felici scoperte accidentali sono simili e per certi aspetti importanti collegati alla spiegazione e giustificazione della buona e cattiva sorte in generale, in quanto tali felici scoperte accidentali sollevano il problema delle speranze e dei meriti legittimi". Come si vede, Merton non concepisce la serendipity come una questione di teoria della conoscenza, ma come una questione etica, relativa ai singoli individui, che egli affronta in maniera manichea: "E' destino dell'uomo riconoscere il bene e il male quando si presentano nel suo cammino, ed è suo destino, quale creatura in grado di valutare, cercare di stabilire la misura della sua responsabilità verso l'uno e l'altro".

mercoledì 2 novembre 2011

Lezione 8° Marquard: un'apologia scettica del caso

Lo scettico Odo Marquard, in "Apologia del caso" (1991), scrive: "Uno dei peggiori nemici della libertà e della dignità dell'uomo sembra essere il caso. Ciò malgrado, vorrei quasi interporre una buona parola in favore del caso, in favore dell'accidentale. Parlerò forse, allora, contro la libertà e la dignità dell'uomo? Nient'affatto. Voglio solo dire che sarebbe segno di una mancanza di libertà se l'uomo, indegnamente, vivesse al di sopra dei propri mezzi: al di sopra della sua condizione di finitudine. L'uomo, lo voglia o no, dovrà riconoscere l'accidentale facendone l'apologia. Ecco la mia tesi".

L'apologia dell'accidentale e il "riconoscimento" del ruolo fondamentale del caso appartengono a un lontano passato, appartengono alla teoria di Epicuro, come abbiamo già visto. Marquard non fa che riproporre una concezione epicurea, perciò la sua tesi può essere considerata anarchica. Eppure, diversamente da Epicuro che considerava il caso come propizio per la libertà, Marquard parte dalla considerazione opposta del caso come uno dei peggiori nemici della libertà; ma poi capovolge la realtà perché, come vedremo, non è in grado di interpretarla come dialettica di caso e necessità.

Riguardo al rapporto caso-necessità, Marquard cerca lumi presso Aristotele, il quale "riconobbe l'accidentale come ciò che non è né impossibile, né necessario e dunque come ciò che potrebbe anche non essere o essere altrimenti. Questo accidentale-contingente- si costituì in problema sotto almeno tre aspetti: a) in quanto contrario del necessario, ovvero b) in quanto fondamento del necessario, ovvero c) in altri modi ancora".
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