Sembra un paradosso, ma spesso le questioni principali, che presentano le maggiori difficoltà teoriche, vengono confinate dagli autori nelle note. Anche Darwin non si sottrae alla regola; anzi, egli confina in una nota, subito, nella prima pagina dell'Origine delle specie, la questione più difficile di tutte: quella del rapporto caso-necessità. E lo fa citando un passo di Aristotele "secondo la traduzione del sig Clair Grece, il primo che mi abbia fatto osservare questo passo": "Aristotele, nella Phisicae Auscultationes, dopo aver osservato che la pioggia non cade per far crescere il grano più di quanto non cada per danneggiare il raccolto quando il contadino si appresta a trebbiarlo, applica la medesima osservazione all'organismo e aggiunge [...]: "Che cosa dunque impedisce che le varie parti (dell'organismo) abbiano, in natura, questo rapporto puramente accidentale? Per esempio, i denti anteriori sono, per necessità, taglienti ed atti a lacerare, mentre i molari sono piatti e utili alla masticazione degli alimenti; tuttavia essi non furono fatti in tal modo a bella posta, bensì in conseguenza di fenomeni accidentali. Lo stesso si può dire di altre parti che sembrano essere adatte a determinati scopi. Quindi, tutte quelle cose (ossia tutte quelle parti di un complesso) che, per caso, risultano utili a qualche scopo, si sono conservate, in quanto una spontanea potenza interna ha conferito loro qualità appropriate. Invece tutto ciò che non possiede queste qualità è scomparso e sta scomparendo"."
sabato 19 marzo 2011
mercoledì 16 marzo 2011
In attesa dei risultati di LHC I
Poiché l'attesa dei risultati di LHC non sarà breve, occupiamola con una serie di post sul predominio della matematica pura in fisica teorica che LHC, si spera, contribuirà a scalzare.
Le pretese della matematica pura
I matematici puri del Novecento hanno fatto fin troppo affidamento sulla incomprensibilità della loro disciplina, e solo per questa ragione hanno ritenuto di potersi sottrarre al giudizio della teoria della conoscenza. Non solo, ma in quanto si affidano a una logica indipendente e autosufficiente, sulla quale chi non appartiene alle loro file non può dare valutazioni di merito, hanno potuto sostenere che non esiste altra logica fondamentale che la logica matematica, e che, di conseguenza, la conoscenza umana è fondamentalmente una questione di matematica pura. Beata allora la fisica, in quanto unica scienza della natura che può utilizzare pienamente i risultati di questa matematica, senza limite alcuno.
Ma la logica matematica, in se stessa, è in grado soltanto di valutare la coerenza di assiomi, equazioni e modelli prodotti dalle elaborazioni dei matematici puri. E troppo spesso, trattandosi di prodotti matematici molto complicati, resi ancor più incomprensibili da astrusi modelli "fisici", vengono ammesse correzioni ad hoc anche truffaldine, pur che siano accettate dal consenso generale della comunità dei fisici.
Le pretese della matematica pura
I matematici puri del Novecento hanno fatto fin troppo affidamento sulla incomprensibilità della loro disciplina, e solo per questa ragione hanno ritenuto di potersi sottrarre al giudizio della teoria della conoscenza. Non solo, ma in quanto si affidano a una logica indipendente e autosufficiente, sulla quale chi non appartiene alle loro file non può dare valutazioni di merito, hanno potuto sostenere che non esiste altra logica fondamentale che la logica matematica, e che, di conseguenza, la conoscenza umana è fondamentalmente una questione di matematica pura. Beata allora la fisica, in quanto unica scienza della natura che può utilizzare pienamente i risultati di questa matematica, senza limite alcuno.
Ma la logica matematica, in se stessa, è in grado soltanto di valutare la coerenza di assiomi, equazioni e modelli prodotti dalle elaborazioni dei matematici puri. E troppo spesso, trattandosi di prodotti matematici molto complicati, resi ancor più incomprensibili da astrusi modelli "fisici", vengono ammesse correzioni ad hoc anche truffaldine, pur che siano accettate dal consenso generale della comunità dei fisici.
Ad esempio, il sofferto passaggio dalla relatività ristretta alla relatività generale è stato mediato da un aggiustamento matematico, trasformando una pretesa quarta dimensione temporale, radice quadrata di -1 moltiplicata per ct, in una generica quarta dimensione x4, da cui la bizzarra conclusione di avere a che fare con una dimensione immaginaria a causa del numero immaginario, radice quadrata di -1, che ha giustificato la pretesa esistenza di un universo quadrimensionale immaginario. E questo imbroglio è stato accettato per consenso generale.
sabato 12 marzo 2011
La conoscenza reale e il "caso Galileo"
L'insistente citazione del famoso passo di Galileo sul libro della natura "scritto in lingua matematica", nelle intenzioni dei fisici teorici, è uno dei tanti modi per giustificare qualsiasi modello matematico dell'universo e della materia. Ciò che, però, essi dimenticano è la premessa che motivò quel passo: e cioè l'obiezione di Galileo a chi "stima che la filosofia sia un libro o una fantasia d'uomo, come l'Iliade e l'Orlando furioso, libri nei quali la meno importante cosa è che ciò che è scritto sia vero".
Dunque Galileo si servì della metafora del libro per affermare che la filosofia (scienza) non è un libro di fantasia, ma un libro di verità. Ed è solo dopo questa precisazione che egli scrisse il famoso passo: "Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta innanzi agli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intendere la lingua e a conoscere i caratteri, nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto".
Dunque Galileo si servì della metafora del libro per affermare che la filosofia (scienza) non è un libro di fantasia, ma un libro di verità. Ed è solo dopo questa precisazione che egli scrisse il famoso passo: "Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta innanzi agli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intendere la lingua e a conoscere i caratteri, nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intendere umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto".
mercoledì 9 marzo 2011
Difficoltà e limiti del pensiero illuminista sul rapporto caso-necessità (terza parte)
La superiorità del pensiero indipendente
La sventura capitata a Diderot fa riflettere, soprattutto se paragonata alla sorte di Voltaire e Rousseau. Fermo restando che tutti gli illuministi hanno ricevuto le "attenzioni" dei governi e dei preti, in particolar modo dei gesuiti, si può dire che la misura della pena ci dà la misura della qualità della colpa! Ora è evidente che per i preti, le irrisioni e i sarcasmi alla Voltaire, o le denunce e le invettive alla Rousseau, quando non toccano le questioni fondamentali, vitali, sono cose da nulla. Diderot, invece, affronta le questioni fondamentali e le risolve in senso materialista e dialettico, perciò diventa ateo e riceve la massima pena.
sabato 5 marzo 2011
Difficoltà e limiti del pensiero illuminista sul rapporto caso-necessità (seconda parte)
Il dialettico realista Diderot
Il dileggio della religione, che contrassegnò il Settecento, attesta che gli illuministi furono molto più liberi degli ingegni del Seicento nei confronti della inflessibile necessità teologica, però essi furono soggetti ai capricci dei potenti; quindi più liberi, come giovani irridenti, nel pensiero, ma più schiavi dello stomaco, ossia più soggetti alla corruzione. Da qui le pene di Rousseau, incorruttibile e povero, il cinismo di Voltaire, corrotto e ricco, e in mezzo Diderot né povero né ricco e perciò non alieno ai compromessi, ma senz'altro il migliore perché più dialettico.
"Jacques il fatalista", "Il nipote di Rameau" e "La lettera sui ciechi" sono i suoi capolavori: nel primo, è mostrata la condizione casuale del singolo individuo che Diderot fa apparire come fatalismo; nel secondo, è espressa la contraddizione insolubile tra la necessità del libero pensiero e la necessità dello stomaco: da qui la coscienza scissa del filosofo illuminista; nel terzo, c'è l'intuizione della dialettica caso-necessità in relazione all'evoluzione dispendiosa della materia e alle mostruosità naturali.
Il dileggio della religione, che contrassegnò il Settecento, attesta che gli illuministi furono molto più liberi degli ingegni del Seicento nei confronti della inflessibile necessità teologica, però essi furono soggetti ai capricci dei potenti; quindi più liberi, come giovani irridenti, nel pensiero, ma più schiavi dello stomaco, ossia più soggetti alla corruzione. Da qui le pene di Rousseau, incorruttibile e povero, il cinismo di Voltaire, corrotto e ricco, e in mezzo Diderot né povero né ricco e perciò non alieno ai compromessi, ma senz'altro il migliore perché più dialettico.
"Jacques il fatalista", "Il nipote di Rameau" e "La lettera sui ciechi" sono i suoi capolavori: nel primo, è mostrata la condizione casuale del singolo individuo che Diderot fa apparire come fatalismo; nel secondo, è espressa la contraddizione insolubile tra la necessità del libero pensiero e la necessità dello stomaco: da qui la coscienza scissa del filosofo illuminista; nel terzo, c'è l'intuizione della dialettica caso-necessità in relazione all'evoluzione dispendiosa della materia e alle mostruosità naturali.
Jacques ha un padrone. "Come si erano incontrati? Per caso, come tutti quanti". "Dove andavano? Ma c'è qualcuno che sa dove va?" Jacques racconta al suo padrone della pallottola che lo ha colpito al ginocchio, come di un evento casuale che ha prodotti due effetti non voluti: "Senza quella fucilata, per esempio, credo che non sarei mai stato innamorato né zoppo". Diderot ha compreso la casualità della esistenza individuale, ma sa anche che il singolo individuo ha sempre bisogno di una spiegazione per gli accidenti che gli accadono. Così "Jacques diceva che il suo capitano diceva che quanto ci accade di bene e di male quaggiù stava scritto lassù".
giovedì 3 marzo 2011
LHC e i tempi lunghi della conoscenza IV
LHC: non è solo la ricerca del chimerico bosone di Higgs
Trovare il bosone di Higgs equivarrebbe a garantire il successo alla teoria standard, o vecchia fisica. Di conseguenza, non ci sarebbe bisogno di "nuova fisica". Allora, quando su "Le Scienze" si invoca, da più parti, la "nuova fisica" è come se implicitamente si ammettesse che il bosone di Higgs non verrà mai trovato (in quanto chimera, esistente soltanto nel modello matematico della vecchia fisica, come del resto chi scrive sostiene da tempo).
Trovare il bosone di Higgs equivarrebbe a garantire il successo alla teoria standard, o vecchia fisica. Di conseguenza, non ci sarebbe bisogno di "nuova fisica". Allora, quando su "Le Scienze" si invoca, da più parti, la "nuova fisica" è come se implicitamente si ammettesse che il bosone di Higgs non verrà mai trovato (in quanto chimera, esistente soltanto nel modello matematico della vecchia fisica, come del resto chi scrive sostiene da tempo).
Ma, se questo pessimismo sottinteso di "Le Scienze" verrà confermato dalla realtà sperimentale, a soffrire saranno soltanto i fisici teorici legati alla vecchia teoria standard, e soltanto loro. Perché i fisici teorici della "nuova fisica", tra i quali soprattutto la più recente generazione di stringhisti, gioiranno nell'illusione di garantirsi il primato. A loro volta, gli sperimentali potranno felicitarsi in ogni caso, perché, comunque vada, avranno dimostrato le loro grandi capacità con colossali risultati tecnologici. Inoltre, potranno sempre sperare di scoprire qualcosa di nuovo, sul quale i teorici dovranno poi sviluppare "nuova fisica".
mercoledì 2 marzo 2011
Difficoltà e limiti del pensiero illuminista sul rapporto caso-necessità (prima parte)
Lo scettico pessimista Voltaire
Il Settecento illuminista, sebbene sia stato irriverente, polemico e profondamente critico nei confronti dell'ottuso potere teologico, non ha rappresentato un vero progresso teorico rispetto ai risultati filosofici e scientifici del Seicento, e, soprattutto, non è riuscito a rendersi indipendente dai condizionamenti sociali, religiosi e politici del morente sistema feudale aristocratico.
Oltre ai filosofi Hume e Kant, che tratteremo nei prossimi paragrafi, il secolo dei lumi ha espresso alcuni pensatori non sistematici, letterati, con interessi in campo filosofico e scientifico, che hanno riflettuto su temi naturali e sociali, che hanno polemizzato contro l'oscurantismo, che hanno criticato e messo alla berlina antichi pregiudizi, ma che alla fine non hanno trovato nuove soluzioni alle questioni fondamentali che avevano di fronte.
Il Settecento illuminista, sebbene sia stato irriverente, polemico e profondamente critico nei confronti dell'ottuso potere teologico, non ha rappresentato un vero progresso teorico rispetto ai risultati filosofici e scientifici del Seicento, e, soprattutto, non è riuscito a rendersi indipendente dai condizionamenti sociali, religiosi e politici del morente sistema feudale aristocratico.
Oltre ai filosofi Hume e Kant, che tratteremo nei prossimi paragrafi, il secolo dei lumi ha espresso alcuni pensatori non sistematici, letterati, con interessi in campo filosofico e scientifico, che hanno riflettuto su temi naturali e sociali, che hanno polemizzato contro l'oscurantismo, che hanno criticato e messo alla berlina antichi pregiudizi, ma che alla fine non hanno trovato nuove soluzioni alle questioni fondamentali che avevano di fronte.
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