venerdì 8 settembre 2017

2] Tornando al sofferto determinismo della fisica del Novecento

"La teoria e l'esperienza -scrive Planck- ci costringono dunque a distinguere fondamentalmente, in fisica, fra necessità e probabilità, ed a chiedersi, in presenza di ogni fenomeno che ci parrà regolato da leggi determinate, se si tratti di leggi dinamiche o statistiche". Come si vede, con questa distinzione, si pretende che la natura obbedisca alle esigenze dello scienziato determinista, il quale le impone, arbitrariamente, di obbedire alle proprie dicotomie metafisiche. Ma la confusione, ormai, si tocca con mano: Planck insiste a tenere separati i fenomeni reversibili da quelli irreversibili, nonostante sappia molto bene che soltanto i fenomeni irreversibili sono reali; continua a confondere tra loro la probabilità con la statistica e insiste a parlare di leggi statistiche quando non ha fatto altro che togliere ogni certezza a queste leggi, considerandole leggi di probabilità.

Ormai, all'iniziale distinzione tra il concetto di caso e il concetto di necessità, Planck ha sostituito la distinzione tra probabilità e necessità. Il risultato teorico è il seguente: alla statistica intesa in senso probabilistico è associato il caso, ossia l'incertezza, mentre alle leggi dinamiche continua ad essere associata la necessità, ossia la certezza. Di conseguenza, le leggi statistiche appaiono leggi di casualità, e queste leggi riguarderebbero, però, l'assoluta maggioranza dei fenomeni fisici reali, quelli irreversibili. C'è da stupirsi che i teorici dell'indeterminismo ne abbiano approfittato affermando l'esistenza di sole leggi probabilistiche? Esclamando sconsolato: "perciò il concetto di necessità assoluta verrebbe eliminato dalla fisica", Planck non si era reso conto che tutta la sua elaborazione portava a quella conclusione.

Il brano che segue ne è una conferma: "Dire che la probabilità che a un determinato evento ne succeda un altro determinato è uguale a 1/2, non vuol dire che non si sappia nulla sul modo come si produrrà il secondo evento, ma semplicemente che nel 50% di tutti i casi in cui si produce il primo evento si produrrà anche il secondo, o meglio la percentuale realmente osservata sarà tanto più prossima al 50% quanto più numerosi saranno i casi osservati. Il calcolo delle probabilità dà anzi precisi ragguagli anche sulla cosiddetta dispersione, cioè sulle deviazioni dal valore medio che sono da attendersi quando il numero dei casi è minore, e, se le osservazioni fatte risultano in contraddizione con la grandezza della dispersione precedentemente calcolata, si può concludere con sicurezza che sulla base del calcolo c'è una premessa sbagliata, un cosiddetto errore sistematico".

Come si vede, Planck confonde il concetto di frequenza (che neppure nomina) con il concetto di probabilità: dire che la probabilità che a un dato evento ne segua un altro è 1/2 non è la stessa cosa che dire che la percentuale osservata sarà tanto più prossima al 50% quanto più saranno i casi osservati. Come abbiamo già spiegato in un capitolo apposito, nella prima situazione si tratta della probabilità che indica l'ambito del caso, nella seconda si tratta, invece, di frequenza relativa, che garantisce la necessità statistica. Questa confusione alimenta anche un altro equivoco, che rappresenta la carta truccata dell'indeterminismo: quando consideriamo pochi casi, o al limite il caso singolo, troviamo deviazioni della frequenza statistica, ossia deviazioni dalla certezza: ecco l'incertezza probabilistica! Ma è incertezza assoluta quando si tratta del caso singolo, ed è un'incertezza parziale, relativa, quando si tratta di un numero non troppo grande di eventi dello stesso tipo.

Spesso è sufficiente calcolare la probabilità per poter affermare: questo valore, se riferito al singolo, indica il numero di possibilità (o ampiezza della casualità), ma se è riferito al complesso dei casi indica la certezza della frequenza relativa, anche quando non si possa effettuare alcuna prova sperimentale. Del resto, in situazioni come quella del lancio della moneta, sono sufficienti un numero di prove molto limitato per mostrare che il valore della frequenza relativa coincide con quello della probabilità (1/2), e quindi possiamo sorvolare sulle deviazioni della frequenza relativa che si osservano.

Ma è la determinazione necessaria del caso singolo che la dialettica probabilità-frequenza respinge in maniera categorica, mentre l'indeterminismo probabilistico ammette una determinazione "incerta" e, a sua volta, il determinismo considera un ingrato sacrificio la cosiddetta determinazione probabilistica. Nello scritto "Unità del mondo fisico", il determinista Planck scriveva: "Il sacrificio principale, insito d'altronde in ogni maniera puramente statistica di trattare un problema, è certo la rinuncia a risolvere in modo veramente completo tutti i problemi che si riferiscono ai particolari di un processo fisico. Giacché se si tiene conto solo dei valori medi, non si apprende nulla quanto ai singoli elementi da cui questi valori sono formati".

E' inutile tentare di capire un determinista: egli si sente defraudato dai suoi diritti di scienziato se non riesce a determinare "il singolo baccello di piselli" di Engels. Del resto, lo stigma del determinismo è proprio la pretesa di determinare il singolo oggetto. Per Laplace, infatti, se si conoscesse l'istante t° di un dato evento singolo, potremmo conoscerne la posizione ad ogni altro istante t. Ed è soltanto perché "purtroppo" non si riesce a conoscere l'istante iniziale, che Laplace ha accettato, come soluzione temporanea, le leggi di probabilità. Ora, Planck, dopo aver ricordato l'impostazione di Laplace sulla determinazione della singolarità e sulle leggi di probabilità, giunge a una conclusione che rappresenta un vero e proprio capovolgimento della realtà.

Egli dice che in fisica abbiamo "due modi diversi di considerare le cose: la maniera macroscopica grossolana, sommaria, e la maniera microscopica, fine, dettagliata". Così il complesso dei singoli oggetti sarebbe grossolano ossia casuale, mentre i singoli oggetti sarebbero fini e dettagliati, ossia necessari. Ma, quando i fisici hanno cercato l'ordine nei dettagli più fini hanno trovato soltanto il disordine (il caso), come i singoli cavalieri in battaglia nell'esempio di Lucrezio (vedere anche il moto browniano che riflette soltanto il movimento casuale assolutamente disordinato delle singole molecole dell'acqua).

Secondo Planck, invece: "Soltanto per l'osservatore macroscopico esistono un caso e una probabilità, la cui grandezza e la cui importanza dipendono essenzialmente dalla quantità di cognizioni di cui dispone, mentre l'osservatore microscopico vede ovunque solo certezza e rigida causalità". Si può comprendere la logica che ha prodotto questo capovolgimento della realtà solo se si parte dalla falsa premessa determinista secondo cui, se si potesse studiare il moto della singola particella, si potrebbe dimostrare la fondatezza della causalità. Questa illusione è stata presa come un dogma dai deterministi. Paradossale conclusione: si dà per certa, a livello "microscopico" una causalità che non è accertabile, e questo è il motivo per cui ci si rivolge alla statistica: e poi che cosa si scopre? Che il caso appare a livello "macroscopico", cioè statistico! Assurdo!

Ma, come abbiamo già mostrato nel primo volume di Teoria della conoscenza, la questione principale per tutte le scienze è la comprensione della polarità dialettica singolo-complesso in relazione alla dialettica caso-necessità, mentre l'opposizione metafisica microscopico-macroscopico produce solo confusione. Non esiste, per nessuna scienza, una reale questione relativa alla differenza tra il grande e il piccolo. Grandezza e piccolezza sono sempre relative ai contenitori di riferimento: la Terra è macroscopica se riferita a un meteorite, ma è microscopica se riferita alla Galassia.

Planck compie, quindi, due errori: il primo, quando scambia il complesso col macroscopico; il secondo, quando attribuisce il caso al macroscopico e la causa al microscopico, invece di attribuire il caso ai singoli elementi di un complesso e la necessità al complesso stesso. Ponendo il caso a livello macroscopico, immaginando di potervi collocare gli esseri viventi più evoluti, in opposizione agli organismi unicellulari che colloca a livello microscopico, immaginato deterministico, Planck scivola nell'epicureismo. Infatti scrive: "Quanto più in alto si sale nella scala degli esseri viventi tanto meno importante diviene il fattore necessità, tanto più grande divengono il campo d'azione e la validità della libertà creatrice, che nell'uomo si eleva alla piena libertà del volere". Era questa la vecchia illusione di Epicuro: che il caso, riducendo il "fattore necessità", divenisse il sostegno della libertà.


Tratto da "La dialettica caso-necessità in Fisica"  Volume Secondo (1993-2002)         

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