venerdì 9 settembre 2011

C'era proprio bisogno di un dibattito sul "nuovo realismo"!?

Quando Proudhon pubblicò la "Filosofia della miseria", Marx gli rispose con la "Miseria della filosofia"; quando Duhring uscì con le sue "sublimi sciocchezze", Engels gli rispose con "L'Antiduhring": in entrambi i casi, quello che oggi chiameremmo "dibattito" si svolse con i tempi lunghi della conoscenza. Era qualcosa di serio, sulla cui qualità si poteva fare affidamento, indipendentemente dalla parte alla quale ciascuno poteva decidere di accordare il proprio favore.

Oggi, i dibattiti non solo riguardano ogni genere di argomento, dal più rilevante al più futile, ma si svolgono nei tempi brevi dell'ignoranza: tempi buoni per i quotidiani e per le trasmissioni televisive,  non per la conoscenza. Dov'è finito il tempo dello studio su argomenti fondamentali? Dov'è finito il tempo della riflessione che non si appaga della prima ideuzza che passa per la mente?

Questi tempi sono finiti nello spazio-tempo unidimensionale della società dello shopping, la quale, come insegnano i sociologi innamorati del postmoderno, ha una gran fretta di metter fretta: quella fretta irritante che i conduttori televisivi impongono agli ospiti, quella fretta che banalizza ogni domanda e ogni risposta nei dibattiti alla Gad Lerner, solo per indicare uno dei più noti. La stessa fretta che, del resto, si trova nei quotidiani più letti, ad esempio in Italia: Il Corriere della Sera e La Repubblica. Anche qui dibattiti frettolosi, tipo usa e getta, che, se pretendi partecipare, ti senti un ritardatario anche al solo pensiero che il dibattito del momento presto finirà col lasciar posto al successivo.

"Decadenza degli intellettuali" nella globalizzazione

Tratto da "Scritti sulla globalizzazione" (2005-2007)

Con gli anni '80 il moralismo piccolo borghese individualista è tornato alla ribalta e si è preso la sua rivincita sostenendo il fallimento delle teorie che attribuivano all'interesse economico complessivo e al modo di produzione capitalistico la reale responsabilità dei mali del mondo. Questo moralismo è tornato ad attribuire all'individuo la responsabilità morale per quei mali che in realtà lo sovrastano come cieca necessità complessiva. L'intellettuale contemporaneo, che ha fatto sua questa idea di fondo, ha perduto ogni interesse per i complessi umani, per dedicarsi soltanto all'individuo: l'individuo diventa così il protagonista dell'agire umano, e, proprio in quanto agisce, diventa responsabile della condizione umana; in questo modo è sì protagonista, ma solo in senso morale.

Il modo in cui Zigmunt Bauman espone questa concezione in "La decadenza degli intellettuali" (1987) è paradossale: infatti, come si sarebbe  manifestata la decadenza degli intellettuali, secondo Bauman? Se essi avevano preteso guidare il capitalismo "come legislatori", ma poi, fallito il tentativo della "ricerca di un particolare regime di ordine", non è loro rimasta altra strada che "vivere al di fuori di esso o di tornare ai loro ruoli ermeneutici come interpreti", non è questo ripiego a denunciare la loro reale decadenza? La decadenza degli intellettuali è allora lo scadimento di sociologi come Bauman che hanno creduto di cavarsela come interpreti del modo di operare dell'umanità, ponendo in primo piano il comportamento morale dell'individuo

giovedì 8 settembre 2011

La decadenza degli intellettuali nell'Occidente globale e "postmoderno"

Per orientare la comprensione della fase attuale della società moderna chiamata "globalizzazione", occorre prima di tutto fare i conti con l'intellettuale "globale", ossia con l'intellettuale democratico, che non perde occasione per aggiornare la sua "visione" ad ogni mutamento del tempo in cui ha la sorte di vivere.

A questo scopo uscirà, ogni venerdì,  salvo impreviste contingenze, una serie di post sulla decadenza degli intellettuali nella globalizzazione. Questi i titoli, in sequenza:

1) "Decadenza degli intellettuali" nella globalizzazione

2) L'individuo, protagonista morale della "postmodernità" 

3) L'etica "postmoderna" e la malìa della "postmodernità"

4) La contraddizione del relativismo etico: uno scambio delle parti.

5) Serendipity: ovvero, l'illusione di  interrogare il caso

6) Lo scadimento dell'intelletto nella decadenza dell'Occidente democratico.

mercoledì 7 settembre 2011

Il niente e il caso di Severino: l'annullamento della conoscenza

Il filosofo Emanuele Severino, nel suo saggio, "La legge e il caso", pubblicato nel 1979, dopo aver precisato di considerare la verità nel significato greco di "epistéme", cioè come qualcosa che riesce a stare ferma e immutabile, sostiene che "il sogno della verità è finito, allora la parola "verità" non può significare altro che capacità di dominio, potenza, e la parola "errore" impotenza. La "verità" di una teoria è decisa dallo scontro pratico con l'avversario. Questo è anche il significato della seconda tesi su Feuerbach di Marx".

Sembra quasi che l'autore abbia bisogno di concludere che la verità scientifica è un sogno, un'illusione, per poter liquidare l'intera concezione di Marx come esempio di volontà di potenza. Ma per far questo deve trasformare la tesi di Marx, secondo la quale la vera prova della verità teorica è la pratica, nella tesi che la verità è provata soltanto nello scontro con l'avversario.

lunedì 5 settembre 2011

L'energia oscura non è la soluzione del problema della materia oscura mancante

"La gravità, che si pensava fosse l'entità dominante alla scala dell'universo -scrive Evalyn Gates ("Il telescopio di Einstein" 2009)- sta cedendo il controllo del cosmo a questa sostanza sconosciuta e invisibile": l'energia oscura. Ma se è invisibile e sconosciuta, da dove salta fuori l'idea stessa della sua esistenza? Punto di partenza l'anno 1998, quando si pensò di aver rilevato una accelerazione dell'allontanemento delle galassie, invece del previsto rallentamento dovuto alla presenza della gravitazione universale. L'unica spiegazione che i cosmologi hanno saputo dare finora, partendo da un universo "relativistico" ma anche newtoniano, sostiene la Gates, è che ci doveva essere qualcosa di opposto e di più grande della gravità: ossia, un'enorme energia oscura, invisibile.

Per comprendere questa stranezza, occorre fare una digressione: tra i cosmologi è prevalsa da tempo l'ipotesi dell'universo a salire (botton-up), ovvero di un universo che si è andato via via aggregando, partendo da piccole masse di materia ed estendendosi a masse sempre più grandi così da formare galassie, gruppi locali, ammassi, ecc. Perciò, presupposta una sola spinta iniziale, quella prodotta dal big bang, col tempo la gravitazione avrebbe dovuto rallentare la velocità di allontanamento delle galassie, decelerandola. Poiché, invece, l'osservazione mostra un'accelerazione, l'unica spiegazione plausibile per i cosmologi può essere solo una spinta repulsiva prodotta da una misteriosa energia oscura.

sabato 3 settembre 2011

La dispendiosa produzione di libri storici, secondo Luraghi

Raimondo Luraghi, nella sua "Storia della guerra civile americana" (2009), ricorda di aver cominciato a studiare l'argomento nel 1959, compiendo per sette anni ricerche approfondite sulla immensa mole delle fonti dirette: documentarie, memorialistiche, statistiche, ecc. Ma una completa bibliografia, che tenga conto anche delle opere non storiche (romanzi, poemi, ecc.) -egli dice- supera i 100.000 titoli editi nella sola America. Perciò, osserva, "dominare la massa sterminata dei documenti relativi alla guerra d'America è impresa faticosissima; essi sono tali e tanti che la vita di uno stesso specialista non è sufficiente a esaminarli tutti, per cui ogni ricercatore è costretto (a malincuore) a lasciare inesplorata una buona parte del campo ed a contentarsi di ipotesi; l'esame e la rielaborazione delle fonti sono in gran parte ancora da fare; numerosi aspetti del problema (e di primario interesse) non sono praticamente mai stati studiati, o lo sono stati in maniera del tutto insufficiente; la stessa immensità della letteratura storica preesistente fa sì che molte volte invece di riesaminare le varie questioni dalle basi, ci si attenga a schemi prefissati".

giovedì 1 settembre 2011

"La vita inaspettata" di Pievani: solo casuale?

La contrapposizione metafisica tra il caso di Epicuro e la causa di Democrito, secondo la quale ogni cosa (della natura) deve essere, rispettivamente, o contingente o determinata da un causa, ovvero, o solo casuale o solo necessaria, rappresenta la principale palla al piede della teoria della conoscenza. La necessità, in questa contrapposizione diametrale, appartiene solo al campo della causalità. Due millenni di storia del pensiero umano hanno consacrato questa necessità deterministica in opposizione diametrale al caso indeterministico.

Divise in due da questa barriera, non rimaneva alla teoria della conoscenza e alle varie scienze che un'unica inclinazione: dare continuamente vita a duplici concezioni diametralmente opposte: chi non ricorda la contrapposizione tra il determinismo di Einstein e l'indeterminismo di Bohr, nella fisica degli anni '30, oppure la contrapposizione tra il determinismo di Dawkins e l'indeterminismo di Gould, nella biologia evolutiva, dagli anni Settanta-Ottanta in poi? E sono solo due tra i mille esempi che si potrebbero citare.
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